Il museo non è un azienda. Lo scrive Salvatore Settis, rimettendo il dito nella piaga e cogliendo nel segno, su Repubblica (11 ottobre). Io aggiungo che per ora il museo, in Italia, non solo non è un azienda, ma purtroppo rimane una brutta faccenda. Il desiderio di trasformare il museo con metodi aziendali ha prodotto idee confuse, a cavallo fra modelli americanoidi, mal interpretati, e vizi da nomenclatura sovietica applicati, invece, alla perfezione. Così, problemi e vizi, che potrebbero essere risolti con soluzioni chiare e a portata di mano, s'ingarbugliano ancora di più, sperimentando ideuzze fiscali complicate, anziché cercare di costruire una griglia di lavoro e una metodologia di programmazione semplice ed efficiente, sfoltendo il museo dei troppi orpelli burocratici e dalle obsolete intromissioni politiche. Si continua a parlare di «spesa pubblica», nel caso della cultura, mai di «investimento sociale». Si ragiona nell'ottica dello sperpero e dell'inevitabile taglio, evitando visioni a lungo termine, investimenti modulati, precisi, controllati e responsabili. S'invoca il privato come il tocca sana, con l'illusione che, il privato, facendo gli affari propri e i propri interessi, dovrebbe essere, rimettendoci o guadagnandoci di tasca propria, più responsabile. Non è così. La maggior parte del privato vede la cultura oggi, esclusivamente, come strumento di comunicazione e di visibilità, raramente come investimento per il benessere sociale della comunità della quale fa parte. Sicuramente il privato deve avere una sua visione, una sua missione e un suo vantaggio, ma è necessario che queste combacino, prima o poi, con quelle del bene pubblico e dello sviluppo condivisibile. Solo trovando questa coincidenza, una politica fiscale snella e ad personam può giocare un ruolo fondamentale e stimolare investimenti culturali. Non è necessario che il privato venga a sostituirsi al pubblico. E' necessario che il privato sostenga il pubblico, chiedendo in cambio null'altro se non che il pubblico gestisca la cultura come un patrimonio comune, che contribuisce allo sviluppo del paese e non alla visibilità dell'assessore di turno. Il fatto che la politica culturale, i programmi, le idee, gli investimenti si blocchino ogni qual volta ci si avvicina alle elezioni, e quindi a un possibile cambio della guardia, è un'usanza barbarica nella quale eccelliamo. I denari, pubblici e non, lasciatevelo dire, secondo me ci sono, o almeno ce ne sarebbero abbastanza, se gestiti con logica e non con demagogia. Il che non vuol dire che una politica fiscale migliore a vantaggio della cultura non aiuterebbe, ma non nascondiamoci dietro il dito del decreto legge da farsi o alle percentuali deducibili dal reddito, alla fine della giornata rimane una questione di mentalità e maturità civile. E' come se la Ferrari spendesse soldi solo in collaudi senza mai scendere in pista, con la scusa che ci voglio sempre ulteriori collaudi. Non sono i fondi a mancare ma il tempo. Quello, sì, sta terminando, riducendoci a paese culturalmente marginale, in termini di programmazione, non in termini di capitale, s'intende. Il privato nella cultura dovrebbe pensare di più come un soggetto pubblico, cosa che fanno i privati americani, che più privati di loro non si può, ma che considerano il contesto nel quale vivono, la loro città, il loro quartiere, il loro stato, come una realtà che appartiene anche a loro, che deve essere arricchita e mantenuta, non munta o macellata come una vacca. Al tempo stesso il pubblico dovrebbe pensare di più come un privato, considerare il patrimonio, del quale è responsabile, non come un salvadanaio, ma come un capitale che deve rendere, non tanto in termini di profitto, ma in termini di funzionalità sociale, educazione, e anche, perché no, d'intrattenimento, a patto che l'intrattenimento culturale sia visto e costruito come opportunità di apprendimento, di conoscenza, non come strumento di mediocrità mediatica. L'Italia è un paese con una rete di piccoli e grandi strutture museali unica, tuttavia rimane uno dei pochi casi, nel mondo occidentale, dove la programmazione culturale è appaltata ad agenzie che organizzano mostre, senza nessun interesse a creare una memoria, delle radici, una visione. La loro funzione è quella di smerciare, al gonzo di turno, in cerca di visibilità e non credibilità, un'altra mostra di terza categoria su Warhol, gli Impressionisti o Folon. Se i musei che abbiamo fossero messi nelle condizioni di fare una programmazione seria, senza l'ansia della performance, dei numeri o della rassegna stampa, numeri, risultati e stampa arriverebbero in modo organico, continuativo, come rendita di un valore che non è stato bruciato ma è stato lasciato, con calma, a maturare . Oggi la cultura è vista come quelle azioni sulle quali si guadagna o si perde tutto in un attimo. Così il presente culturale del nostro paese è affidato sempre più spesso nelle mani di mostrifici pilotati da agitati agenti di borsellino, o gestito da manager calpestatori che credono di poter tradurre la filosofia aziendale in filosofia culturale, come il cambio delle valute, non comprendendo che la politica gestionale del mondo dell'economia è applicabile all'arte solo se si è in grado d'interpretare, e rispettare, la natura diversa del contesto artistico. Efficienza senza contenuti produce deficienti scontenti. Così, per la paura dei fischi, il manager strappato all'economia, appiccicato con lo scotch all'arte, preferisce capire e produrre solo fiaschi.