Campioni del mondo di calcio e di ciclismo. E anche di restauro. E' vero che non è una gara e non si vincono medaglie ma dà una certa soddisfazione sapere che tutti ci giudicano i veri grandi maestri nella custodia e nel ripristino del patrimonio culturale. Un primato che viene da lontano: da Cesare Brandi, da Giulio Carlo Argan e da quel gran ministro della Cultura che fu il fascistissimo Giuseppe Bottai. Grazie a loro nel 1939 nacque l'Istituto centrale del restauro (Icr) che oggi è il nostro miglior ambasciatore nel mondo. Allora venne deciso che sarebbe stata formata una nuova aristocrazia. Gli allievi di questa scuola - disse Bottai "saranno pochi, ma ne usciranno dei tecnici perfetti". Da quel momento la fama è cresciuta e questi "Caschi blu della cultura" vengono chiamati ovunque sia per curare i monumenti ammalati di vecchiaia sia quelli feriti dalla guerra. Estimatori e richieste di intervento si moltiplicano. Provengono dall'India, dall'Iraq, dall'Afghanistan, dall'Iran. E soprattutto dalla Cina. "Del resto osserva Caterina Bon, direttore dell'Istituto centrale del restauro la mission cosmopolita e internazionale dell'Icr è intrinseca sin dalle origini al suo Dna, fin da quando Brandi interveniva sulle puliture troppo spinte dei marmi del Partenone. E la sfida del futuro sarà quella di diffondere ulteriormente oltre i confini un patrimonio di conoscenze e di risorse umane che tutto il mondo ci invidia". In questo campo non c'è bisogno dunque di costose e popolatissime delegazioni governative alla ricerca del riconoscimento cinese: nel restauro la strada verso l'impero di mezzo è stata aperta da tempo. Una stretta collaborazione iniziò a partire dal 1998, ma nel 2003 è arrivato per i nostri tecnici un incarico di enorme responsabilità: recuperare il più celebre dei monumenti cinesi, la Città Proibita. L'immenso palazzo imperiale, sede di 24 sovrani della dinastia Ming e della dinastia Qing, è costituito a tutt'oggi da 8.700 stanze, nell'antichità erano 9.999 perchè il numero 9 era considerato propizio. Ebbene fra tutte queste splendide sale ai tecnici dell'Icr è toccata in sorte la più grande e la più ricca: quella del trono. Si trova nel padiglione della "Suprema Armonia", quello dove si svolgevano tutte le cerimonie pubbliche imperiali: le incoronazioni, i matrimoni, gli anniversari. Sebbene sia a migliaia di chilometri da noi, tutti lo conosciamo: è il luogo infatti dove è stato girato "L'ultimo imperatore". La presenza della troupe di Bernardo Bertolucci ha lasciato segni indelebili sia nella storia del cinema che sugli intarsi e sulle lacche, rendendo più urgente l'intervento dei migliori restauratori del mondo. Raccontata così sembra facile: una grande scuola come quella italiana si incontra con un'altra importante scuola qual è la cinese e insieme ripararono i guasti del tempo e degli uomini. La cultura però non procede per semplificazioni ma per complicazioni. Fra le due "filosofie d'intervento" delle due superpotenze del restauro, infatti, c'è una notevole differenza. L'Icr, forte dell'insegnamento di Cesare Brandi, "restaura la materia, non l'immagine". E cioè non ridipinge mai tanto per fare un esempio le parti mancanti di un affresco, tutt'al più le tratteggia o le schiarisce. Se una lacca è rovinata cerca di conservare al meglio ciò che ne resta. I cinesi invece, se possono e se lo giudicano opportuno, rifanno l'immagine e mettono la lacca nuova Con il risultato che puoi trovare in un monumento di qualche secolo fa alcune parti perfettamente ricostruite negli anni Sessanta. Insomma, dietro le quinte della collaborazione Roma-Pechino non sono mancate appassionate discussioni sul da farsi. Diatribe culturali ora fascinose ora pedanti, al termine delle quali sono stati trovati però alcuni punti d'incontro, anche se sui principi teorici ciascuno è rimasto della propria idea. D'altronde l'Icr non poteva sconfessare un'impostazione che ha radici lontane e profonde, nè poteva chinare il capo: sarebbe stato un tradimento dei padri fondatori, la perdita di un tratto identitario. Del resto la filosofia del restauro di Cesare Brandi è alla base di tutte le formulazioni teoriche internazionali sull'argomento, a partire dalla Carta di Venezia (documento del 1964 che fissa le regole dell'intervento sulle opere d'arte). I nostri restauratori, dunque, si recheranno al padiglione della "Suprema Armonia", armati di pennelli e solventi di ogni tipo, e applicheranno in concreto i principi di sempre, senza scendere a compromessi. Quanto ai cinesi, se vorranno sistemare qualche parete o qualche lacca a modo loro, nessuno può nè vuole impedirglielo. Mentre a Pechino si riportano a splendore i dragoni imperiali dorati e gli intarsi lignei del trono, una missione italiana è stata invitata ad occuparsi anche della grande Muraglia. Oltre seimila chilometri di costruzione, con 25 mila torri, sgretolate dal vento e dalla sabbia, dal gelo e dal gran caldo. Uno straordinario monumento che rischia di scomparire, anzi per il trenta per cento è già andato perduto. Quando nel 2002 i cinesi lanciarono l'allarme, i primi soccorsi li vennero a cercare proprio in Italia. I tecnici dell'Icr, insieme ai colleghi asiatici, devono risolvere un problema inedito: come difendere un'architettura tanto grande e tanto esposta alle devastanti escursioni climatiche? Il progetto non è ancora entrato nella fase operativa e ci vorrà parecchio tempo prima che si arrivi al restauro vero e proprio. Per ora si raccolgono informazioni e si studia. E, a proposito di studio, la collaborazione fra Cina e Italia si era già tradotta nella fondazione a Xi'an di un Istituto centrale del restauro (1998). Da quando il pil di Pechino e Shangai ha preso a crescere di oltre il 10 per cento, gli imprenditori s'industriano a diventare novelli Marco Polo. Di recente sono sbarcati a Nanchino Prodi e una mezza dozzina di ministri, Montezemolo e centinaia di industriali, nonché gli operosi sindaci del nord-est. In questa grande rincorsa al mercato cinese hanno come prima alleata la storia e la cultura italiana: dimenticarlo sarebbe un peccato. Anzi, dovranno fare "squadra" e imparare da chi ha già vinto la propria battaglia della credibilità. Essere aiutati, ma anche aiutare. E invece nella pur popolatissima delegazione governativa mancava proprio il titolare del dicastero dei Beni culturali. Peccato. Attenti alla prossima occasione, perché la scienza del restauro potrebbe funzionare da ottima ambasciatrice anche in un altro paese a rapida crescita e con un grande passato alle spalle. Si tratta dell'India. Un luogo così ricco di monumenti che sembra fatto apposta per i nostri "tecnici perfetti". Sono due i siti da restaurare. Il primo, il più famoso, è quello di Ajanta. E' costituito da architetture rupestri, grotte scavate in una roccia vulcanica e rese splendide da sensuali decorazioni pittoriche e scultoree. Furono scoperte per caso da un soldato inglese nel 1819 e la natura delle immagini scandalizzò l'Inghilterra vittoriana e puritana. Uno scandalo che moltiplicò le visite degli europei e che incrementò, sull'altro versante, il nazionalismo indiano, secondo cui l'arte indigena era degna di stare alla pari con le migliori espressioni di quella occidentale. Una forma di sciovinismo che venne strumentalizzata anche in chiave politica. Le trenta grotte, alcune utilizzate come veri e propri santuari del Buddha, altre come celle per i monaci, raccontano della giovinezza di Siddharta, delle sue tentazioni alla lussuria, delle sue vittorie e dei suoi prodigi. I restauratori italiani già intervennero in una parte di queste architetture nel 1920, per il resto a occuparsene furono i tecnici britannici o indiani. Il secondo sito sul quale interverrà l'Icr è ancora più imponente di quello di Ajanta. Si tratta del complesso rupestre di Ellora: cento grotte di cui 34 visitabili e supervisitate. Uno dei problemi più seri di conservazione delle architetture, dei rilievi e delle pitture sta proprio nel numero esorbitante di persone che ogni anno vi si recano e che insieme agli agenti climatici e ai pipistrelli, finiscono col danneggiare questi luoghi di culto buddisti, induisti e giainisti: ognuna di queste religioni ha infatti qui i suoi santuari. Le sculture più notevoli sono una splendida statua del Buddha e un gigantesco tempio di Siva, all'interno del quale è custodito il lingam e cioè il fallo simbolo della potenza creatrice del Dio. Entrambi i siti, prima dell'intervento, richiedono adeguati studi. Ma anche qui come in Cina esiste una querelle sulla natura del restauro. La discussione questa volta è a parti rovesciate rispetto a quella che si svolge a Pechino. La scuola britannica e quindi indiana, infatti, è costituita soprattutto da chimici e fisici, gente che interviene esclusivamente sulla materia per conservarla così come è. In teoria nulla di più simile all'insegnamento di Brandi e alla filosofia adottata dai nostri tecnici. Tutto liscio quindi? Sì, se non fosse che questo criterio viene qui applicato col tipico rigore anglosassone. Si arriva perciò a escludere ogni altra forma di intervento anche la meno invasiva: non un tratteggio sopra "il buco" pittorico, non un tentativo di schiarirlo per rendere più visibili le parti conservate. Il confronto è già aperto anche se l'apertura del cantiere vero e proprio è ancora lontana. Prima occorrerà studiare insieme le infiltrazioni d'acqua, la natura dei solventi utili a ripulire sculture e pitture, coperte di uno strato scuro di sporcizia secolare, e la "regimazione" dell'enorme folla di visitatori. Salvare Ajanta ed Ellora sarà un lavoro lungo e difficile, ma particolarmente affascinante. I due luoghi sono forse meno famosi della Città Proibita e della grande Muraglia, ma non per questo meno belli: il loro appeal culturale e spirituale è da mozzare il fiato. Ma gli interventi in Cina e in India non basterebbero a giustificare per i nostri restauratori la definizione di "Caschi blu della cultura". In realtà questa fama se la sono conquistata lavorando in complicate situazioni di guerra. Il più importante "soccorso internazionale" è quello in Iraq: una missione italiana si recò nella capitale nel 2003, subito dopo la fine delle ostilità. In realtà, in quel disgraziato paese come è noto non si è smesso mai di sparare. Quando i tecnici dell'Icr arrivarono, il più bel museo archeologico del mondo, quello di Baghdad, aveva appena subito le terribili scorribande dei ladri e dei vandali. Paul Zimansky archeologo dell'università di Boston, parlò allora del "più grande disastro culturale degli ultimi cinquecento anni". Eppure, nei mesi successivi grazie all'amnistia promessa a chi li avrebbe restituiti sono stati recuperati ben quattromila pezzi. Giuseppe Proietti, direttore generale per la ricerca e l'innovazione del ministero dei Beni culturali, racconta così la sua prima visita in una Baghdad sconvolta: "Come non ricordare pochi giorni dopo l'occupazione militare della capitale irachena, con i mezzi corazzati finalmente a difesa del museo, la disperazione della sua direttrice, il nostro accompagnarla nel suo vagare da una sala all'altra, il mesto ed imponente inventano delle devastazioni". In questa drammatica situazione gli italiani ebbero un ruolo prezioso. Il loro fu una sorta di pronto soccorso: sin da subito, toccò agli studiosi del Centro ricerche archeologiche e scavi di Torino (un istituto di ricerca presente in Iraq da più di quarant'anni) aiutare gli iracheni ad organizzare le prime operazioni di ritrovamento e di conservazione. Poi, l'Icr, grazie a parte dei soldi di una sponsorizzazione messi a disposizione della soprintendenza archeologica di Roma, iniziò a progettare e istallare la struttura di base dei nuovi laboratori di restauro, inaugurati nel febbraio del 2004. L'equipaggiamento (ben sette tonnellate in totale) è costituito dalle attrezzature e dai materiali necessari per cominciare l'attività di salvaguardia delle collezioni del museo di Baghdad. Consentirà per un lungo periodo agli iracheni di essere del tuffo autosufficienti nelle operazioni di base su ceramiche, metalli, pietre e avori. Ma c'è di più: grazie a queste strutture è stato possibile organizzare in tempi brevissimi anche alcuni corsi per insegnare al personale iracheno le tecniche di ricovero e restauro degli oggetti. E' nato così un cantiere scuola dove si impara lavorando. Se la catastrofe culturale è stata almeno in parte evitata, c'è ancora molto da lavorare e in condizioni impossibili: il "soccorso" italiano infatti ha subito gli stop di una guerra civile strisciante e ininterrotta. Nonostante ciò a gennaio una parte del museo archeologico di Baghdad verrà riaperta al pubblico. Grazie al buon lavoro svolto nella capitale irachena, il ministro Giuliano Urbani ottenne dall'Unesco, a fine 2004, che il nostro paese fosse considerato come capofila di tutti gli interventi di protezione del patrimonio culturale mondiale a seguito di guerre o di calamità naturali. Le nostre capacità venivano così riconosciute ufficialmente e codificate. Parallelamente, all'intervento in Iraq si è sviluppato anche quello in Afghanistan, nel tentativo quasi disperato di recuperare il disastro talebano. Per la verità ai fondamentalisti islamici venne impedito di provocare la definitiva catastrofe da una decisione di una quindicina di anni fa. Fu allora che tutte le opere più belle del museo nazionale di Kabul furono segretamente nascoste nel caveau della Banca centrale afghana e in altri rifugi inaccessibili. Altrimenti avrebbero rischiato di finire come i giganteschi Buddha scolpiti nella roccia. Non esiste una data precisa, ma fra un anno o due, migliaia di pezzi salvati dalla furia islamista anche grazie al nostro intervento, potranno essere di nuovo esposti al pubblico. Mentre sì lavora in vista del gran giorno, i restauratori italiani stanno anche addestrando una giovane leva di colleghi afghani, in grado di catalogare, custodire, conservare il loro enorme patrimonio, un piccolo esercito locale difenderà dunque una parte importante dell'identità nazionale. "L'interventismo democratico" è anche questo: lotta contro chi, come i talebani, vuol ridurre Kabul e Kandahar ad un cumulo di macerie culturali su cui ergere il regno del terrore e dell'intolleranza. L'elenco delle missioni dei restauratori italiani potrebbe continuare a lungo: non c'è grande museo, o sito archeologico, o luogo sacro, o centro storico danneggiato, i cui responsabili se in seria difficoltà non pensino di coinvolgere il nostro pronto soccorso. Buffo paese l'Italia, dove da più di dieci anni declina la produttività industriale, dove lo stato è spesso una macchina che cade in pezzi, e dove però ci sono isole di alta cultura da far invidia a tutti. In genere sono più conosciute all'estero che in patria e raccontano di un paese che, nonostante tutto, continua ad essere "competitivo".