Fa discutere la scelta della Sovrintendenza di Genova di conferire al pittore del Seicento la paternità dell'«Incoronazione di spine». Vittorio Sgarbi tra gli scettici «Venite a vedere dal vero e a valutare di persona, questo è l'invito che rivolgo a tutti. Non si può giudicare un dipinto da una foto o da un monitor tv». A parlare è la Soprintendente per il patrimonio artistico di Genova Giuliana Algeri, alla luce di una prima levata di scudi da parte di storici e critici d'arte, con Vittorio Sgarbi in testa, sull'attribuzione al Caravaggio dell' Incoronazione di spine trovata nella soffitta di una chiesa di Genova.«Poi deve essere presa in considerazione solo una parte dell'opera. Noi pensiamo che il contributo di Caravaggio riguardi il carnefice col vestito verde e la figura di Cristo, il resto è chiaro che ha pennellate di mano diversa», aggiunge Algeri che stamani ha inviato una relazione sulla «proposta di attribuzione» al capo dipartimento per i Beni culturali e paesaggistici Giuseppe Proietti del ministero dei Beni culturali che ieri ne aveva fatto richiesta. Ieri pomeriggio l'opera è stata presentata ufficialmente nella chiesa di San Bartolomeo della Certosa a Rivarolo e resterà esposta nell'oratorio. «Pensiamo che ci siano argomenti sufficienti per aprire almeno un dibattito, per studiare questo dipinto», spiega Algeri, «Il mondo della storia dell'arte va ed è sempre andato avanti per ipotesi». E le reazioni vengono valutate in modo «positivo» da Piero Donati, il direttore della Soprintendenza genovese che ha scoperto la tela nella soffitta della chiesa alla periferia della città. «Se questo è il prezzo da pagare perchè finalmente si prenda atto che il nostro ufficio fa un lavoro utile alla storia dell'arte, non c'è problema - dice - lo paghiamo volentieri. Abbiamo svolto bene il nostro lavoro, ci siamo presi cura di questa opera che era in condizioni precarie, abbiamo trovato le necessarie sinergie con colleghi fiorentini e altri ricercatori scientifici, cosa che non sempre accade». Il dipinto, un olio su tela di grandi dimensioni (203 per 166), che risalirebbe al 1605, anno in cui Caravaggio aveva cercato rifugio a Genova dopo aver ferito il notaio Mariano Pasqualoni, sarebbe quindi un'opera incompiuta di Michelangelo Merisi, completata nella seconda metà del Seicento da un pittore genovese, forse Giovanni Battista Carlone