«Basta piangerci addosso, serve un piano regolatore perla cultura». Intellettuali, attori, registi, storici dell'arte, sollecitano i politici a guardare lontano, ad intervenire per salvare il centro dal declino e a stimolare e sostenere chi promuove cultura. L'Ulivo in Comune chiede l'immediata convocazione delle commissioni Cultura e Urbanistica, per valutare il degrado culturale legato alla chiusura di cinema e teatri. L'assessore allo Sviluppo del Territorio, Carlo Masseroli, tranquillizza: «Non possiamo chiudere gli occhi. Convocherò un tavolo. Non c'è una ricetta. Ma a chi chiederà il cambio di destinazione d'uso di un cinema potremo proporre di abbassare i prezzi e condividere indirizzi e strategie». Si chiudono i teatri come si demoliscono i monumenti. Con una differenza: i monumenti hanno una Corte di Cassazione, la Soprintendenza. «Ma la città va gestita con la pianificazione non con i vincoli», dice Alberto Artioli sovrintendente ai Beni Architettonici. «Se viene lasciata a se stessa, senza dei correttivi, proseguirà secondo i suoi interessi economici». Il dibattito sul futuro del centro storico che si sta desertificando, con il Nuovo sotto sfratto e la via dei cinema e dei teatri nel mirino delle società immobiliari, scalda due ex assessori alla Cultura. Salvatore Carruba assolve, ma solo in parte, l'amministrazione: «II Comune non può far niente da solo. Ma vedo molta indifferenza. Penso, per esempio, al destino del teatro delle marionette Gerolamo di cui non si parla più». Poi lancia un affondo: «Ci vuole sensibilità, perché la cultura occupi un ruolo centrale nello sviluppo della comunità. Sensibilità che non sempre c'è stata nelle passate giunte». A Stefano Zecchi, oggi presidente dell'Accademia di Brera, «la metamorfosi di Milano ricorda quella di Venezia degli anni Settanta, da città a baraccone». Lì il turismo, qui il commercio. Ma a una diagnosi impietosa contrappone una cura possibile: «Primo riempire la città e la cultura dei giovani. Oggi le Università sono corpi estranei». Infine, lavorare «su poche e consolidate cose. Ci sono istituzioni importanti, dal Piccolo al Parenti, dalla Scala ai Pomeriggi Musicali. Si eviti di farli vivere nella precarietà dell'emergenza». Per qualcuno, Milano ha invece imboccato una strada senza ritorno: lo storico dell'arte Philip Daverio paragona il centro al «più grande Outlet d'Italia e i negozi non hanno bisogno di cultura ma di ristoranti e di tanti happy hour». C'è chi vede nella parabola del centro storico, con i luoghi della cultura stritolati tra uffici e negozi, un'analogia con «quella delle vie commerciali periferiche invase dai cinesi». È il comico Enrico Bertolino che spiega: «L'approccio è similare. Deve intervenire il Comune. Per fortuna che c'è Sgarbi». E l'attore Paolo Rossi avverte: «I teatri se me li chiudono, li occupo. Senza rivoluzione culturale non ci può essere rivoluzione economica». A mancare, invece, sembra essere proprio il convincimento profondo «che la cultura è elemento di sviluppo aggiunge Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro . Milano non riesce ad intuire la forza di un investimento nella cultura. L'esempio più eclatan-te? Il teatro Arcimboldi, ritenuto un peso per la città». Economia e cultura vanno coniugate, ma non soltanto per insegnare come risparmiare a chi gestisce i teatri». Milano ha un peccato originale: è città pensata per essere consumata, non vissuta. Via Dante ne è la metafora, aggiunge Escobar: «Non c'è una panchina». Anche l'attrice Lella Costa e la regista Andrée Ruth Shammah, sono consapevoli dell'impoverimento della città. Ma, all'unisono, invitano a tenere alti i riflettori su chi, invece, tiene vivo il dibattito culturale. Non è la chiusura di un contenitore che deve preoccupare. «Una città deve valorizzare, stimolare, nominare le persone d'arte e le cose che si fanno», puntualizza Shammah. Pessimisti due padri dell'architettura. «La cultura è vita, se non c'è vita non c'è cultura e se non c'è cultura non c'è vita». Ettore Sott-sass, designer, architetto, urbanista e pittore dice che «la città si sta spegnendo, ha perso l'occasione per diventare metropoli. L'economia non produce cultura ma soldi». Così Gillo Dorfles, professore di estetica: «Siamo in una fase provvisoria di decadenza. Tutto questo è molto penoso».
MILANO, URBANISTICA: Solo negozi, il centro muore. Politica assente
L'artista e storico dell'arte Philip Daverio paragona il centro storico di Milano a un grande Outlet, con i luoghi della cultura stritolati tra uffici e negozi. L'attore Paolo Rossi avverte che i teatri se me li chiudono, li occupo. Il direttore del Piccolo Teatro Sergio Escobar afferma che Milano non riesce ad intuire la forza di un investimento nella cultura. L'attrice Lella Costa e la regista Andrée Ruth Shammah invitano a tenere alti i riflettori su chi, invece, tiene vivo il dibattito culturale. I padri dell'architettura Ettore Sottsass e Gillo Dorfles lamentano la decadenza della città e la perdita dell'occasione per diventare metropoli.
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