È nella storia del David essere sempre al centro delle polemiche. È stato così per la sua costruzione e per la sua collocazione, non poteva essere altrimenti per il suo restauro. I miti si alimentano anche di questo e il David è uno dei pochi miti del passato che conserva tutt'oggi una potenza mediatica inarrivabile. Ovvio che tutto ciò che lo riguarda è destinato ad essere amplificato. Anche i due restauri eseguiti nell'800, giudicati oggi particolarmente aggressivi, furono fonte di lunghissime polemiche. Solo che adesso ad aggiungere benzina sul fuoco arriva anche l'appello al ministro per i Beni culturali Giuliano Urbani di quaranta studiosi, tra cui James Beck, Paola Barocchi, Massimo Ferretti, Mina Gregori, Carlo Pedretti, Leo Steinberg e Alessandro Vezzosi. A essere messe sotto accusa stavolta sono le modalità adottate dalla coordinatrice del restauro Franca Fallet-ti, direttrice della Galleria dell'Accademia. In particolare sotto tiro sarebbe l'utilizzo di solventi chimici supportati dall'impiego di impacchi. Un dibattito in realtà iniziato nel marzo scorso e che fin da allora ha avuto modo di manifestare molte perplessità degli addetti ai lavori, oltre che di produrre le dimissioni, per scelta propria, della restauratrice Agnese Parronchi, a cui era stato affidato il restauro. E sono proprio le dimissioni di Agnese Parronchi a costituire per i firmatari dell'appello un punto di riferimento essenziale. «Visto il conflitto tra le metodologie ritenute più opportune per l'intervento di restauro - afferma il docente della Columbia University James Beck -chiediamo che al momento non sia presa alcuna decisione in merito, tanto più che la statua non sembra correre nessun pericolo. E questo fino a quando una commissione indipendente non abbia valutato entrambe le ipotesi di lavoro». Sulla serietà di quella di Parronchi sono pronte a scommettere le studiose Paola Barocchi e Mina Gregori. Per quest'ultima la cosa migliore per il David sarebbe una semplice spolveratura. «Le tecniche di restauro per la scultura sono ancora in fase troppo sperimentale - dice Mina Gregori - in questo campo non sono state raggiunte tutte quelle conoscenze acquisite nella pittura». Ma la direttrice dell'Accademia Franca Falletti, coordinatrice del restauro, proprio non ci sta. «Vorrei sapere cosa ne sanno di tecniche di scultura un gruppo di studiosi dell'arte - incalza -Temo quanto io so di Caravaggio. Queste persone farebbero bene ad informarsi prima di sostenere certe cose». Per Franca Falletti l'appello al ministro Urbani è un fulmine a ciel sereno senza nessuna giustificazione: «Personalmente non ho mai visto né sentito nessuna di queste persone. Altrimenti non avrei avuto nessun problema a spiegare il tipo d'intervento adottato. Ciò che facciamo è veramente poco più di una spolveratura. E tutti sappiamo che la polvere, anche quella che si deposita sui mobili di casa, è fatta di una parte incoerente facilmente asportabile e una coerente formata da una patina appiccicosa difficile da togliere solo con uno straccio». Ma per la ex restauratrice del David Agnese, Parronchi la pulitura tramite impacchi è un tipo di procedura troppo indiscriminata: «È come se decidessimo di lavare tutto un indumento con la pietra pomice solo per togliere una piccola macchia». Le soluzioni proposte da Parronchi prevedevano l'uso di strumenti a secco prima, e quello di cotoncini imbevuti di acqua dopo, su macchie specifiche. «Pensavo a una prima fase di pulitura a secco - continua Parronchi - con spazzolini di tasso, gomma e pelle di daino, seguita in un secondo tempo dall'uso del panno umido. Ma credo che sia stato considerato un restauro troppo povero, troppo semplice». Non è dello stesso avviso la coordinatrice Franca Falletti. Per lei la semplicità degli strumenti scelti non c'entra per niente, il problema è un altro: «È necessario sfatare una volta per tutte il mito che l'intervento proposto da Parronchi sia più leggero del nostro, perché rimuovere le parti sporche con lo spazzolino produce un'azione più abrasiva di quanto non facciamo noi. Qui non si tratta di povertà dei mezzi usati, la verità è che il suo metodo è errato». La pensa così anche il soprintendente al Polo museale Antonio Paolucci che da parte sua è pronto a far quadrato intorno alla direttrice dell'Accademia. «Certo che sono d'accordo - dice Paolucci - È stata una decisione meditata e ponderata a lungo che ha coinvolto un comitato scientifico di prim'ordine. Cosa vuole, questa storia mi sembra curiosa, è un po' come se un medico prescrivesse una terapia e poi un infermiere decidesse di farne un'altra». Per il momento il restauro, cominciato lo scorso settembre dopo 11 anni di esami diagnostici, è sospeso da marzo a causa della grande affluenza dei visitatori al museo. Ma la discussione va avanti. «Inviterò tutti questi signori -conclude Paolucci -, molti dei quali poi sono miei amici, a venire a vedere il restauro e darò loro tutte le spiegazioni".