Vasi attici, sculture dall'antico Egitto, sumere, altre testimonianze dal Medio Oriente, dagli etruschi, ci socchiudono la porta del mondo antico, dei suoi miti così radicati nella nostra coscienza come e nel nostro inconscio: non l'avrebbe detto così, ma grosso modo così concepiva la sua fame di conoscenza e di pezzi archeologici Giuseppe Sinopoli: veneziano, uno dei maggiori direttori d'orchestra italiano, esploratore profondo di Wagner e Mahler, compositore, laureato in psichiatria, morto a 55 anni nell'aprile 2001 sul podio a un passo dalla laurea in archeologia, collezionava reperti antichi di cui 13 vengono esposti da giovedì 19 a domenica 22 al Palacongressi di Taormina per il «Festival Sinopoli». Come trampolino per creare un museo. Il materiale c'è, sostiene Stefano Bruni, archeologo, docente all'università di Ferrara, che si è occupato della raccolta documentata a suo tempo da un volume edito da Allemandi. Cosa raccolse Sinopoli e cosa avete scelto per Taormina? «Acquistò circa 400 pezzi tra i quali abbiamo scelto 13 vasi corinzi, laconici, attici... Abbiamo selezionato materiali greci perché il musicista considerava la Sicilia e la Grecia la matrice della propria formazione. E la famiglia e Taormina arte progettano di dare una collocazione pubblica all'intera raccolta come era nelle intenzioni di Sinopoli». Cosa giustifica un suo diventare da museo? «Innanzi tutto deve rimanere integra, poi tutti i pezzi sono da grande museo d'antichità. Come un'anfora a figure rosse del V secolo avanti Cristo, molto bella, alta 70 centimetri, con un uomo che suona la cetra. A differenza di raccolte di professionisti spesso un po' raccogliticce, fatte in base a quel che si trova sul mercato, questa ha una fisionomia molto evidente. Sinopoli usava dire: non colleziono oggetti, colleziono idee. Infatti nei pezzi lui cercava archetipi». Ovverosia? Ci spieghi... «Vi ricercava il significato del mito inteso non come racconto e motivo fascinatorio ma come archetipo di strutture mentali. Per esempio Taormina espone una coppa laconica del VI secolo avanti Cristo che dà il titolo alla mosto, Aristaios: Sinopoli la trovò sul mercato antiquario, la strappò al Getty Museum, è un capolavoro a figure nere, di valore enorme, e ne rimase folgorato. Non solo per la qualità, ma per il mito. Aristaios è una divinità greca che affonda le sue origini nell'età bronzo, protegge l'agricoltura e la pastorizia, insegna agli uomini ad addomesticare le api perché ne ricavino il miele, conosce i principi della medicina, provoca venti freschi nelle calure estive. È insomma una divinità benefattrice».