Da trent'anni i cittadini italiani che hanno a cuore il proprio patrimonio artistico chiedono ai governi di emanare regole certe, che possano migliorarne la conservazione. Da trent'anni il mercato si è appropriato di questo settore approfittando della reticenza dei governi per lucrare sui monumenti. Passato il tempo degli appelli e delle campagne di sensibilizzazione, chi lavora sui monumenti e ha mantenuto un barlume di coscienza, riscontra danni tanto gravi e complessi da scoraggiare ogni denuncia mediatica, che per sua natura richiede sintesi e facilità di comunicazione negati nel complesso processo critico e metodologico del restauro delle opere d'arte. Quando le nuove tecnologie e l'avanzamento della coscienza critica delle istituzioni permetteranno di valutare l'entità del danno apportato al patrimonio in questi decenni a qualcuno verrà naturale fare bilanci e chiedere conto ai responsabili di tanto malgoverno; ma sarà una magra soddisfazione perché la peggiore delle esecrazioni non basterà a ripagare neppure il minore dei danni subiti dall'arte italiana. Infatti, come insegnava Cesare Brandi, i danni sulle opere d'arte hanno un carattere di irreversibilità che è in relazione con l'unicità e la irriproducibilità di ogni opera artistica. Si avvicina in questo nauseante panorama culturale un'altra minaccia contro la quale nessuno sembra voler prendere provvedimenti. Dal 20 ottobre del 2007 in ottemperanza alla Direttiva Europea 200536 (ed. Bolkestein) nei paesi comunitari è prevista la libera circolazione di professionisti e fornitori di servizi, inclusi quelli dedicati al restauro. Per il nostro paese, che ospita il più ricco patrimonio culturale dell'Unione, il provvedimento rischia di avere conseguenze tragiche. Come sarà valutata la qualità di queste imprese abituate ad agire in paesi con tradizioni molto lontane dalle nostre che, ricordiamolo, fino a qualche anno fa erano universalmente considerate di avanguardia? Dopo faticose e decennali mediazioni, un tentativo di intervento si era configurato con la formazione presso il Ministero dei Beni culturali di un elenco dei restauratori abilitati ad intervenire sul nostro patrimonio. Sarebbe un meccanismo semplice e rigoroso attraverso il quale lo Stato, che in ossequio alla carta costituzionale deve provvedere alla tutela del proprio patrimonio, fisserebbe i criteri e i parametri professionali di chi interviene. Il principio era chiaro e da concretizzarsi con un provvedimento attraverso il quale lo Stato avrebbe tutelato se stesso. Il provvedimento aiuterebbe a moralizzare il mercato e a sfrondarlo almeno dalle sue componenti più dequalificate. L'articolo 182 del codice dei Beni Culturali (confermato con le modifiche apportate dal D. Lgs. del 24 marzo 2006 n. 156) prevede come strumento di controllo l'istituzione di questo elenco. Ma l'elenco tarda ad arrivare e le ragioni sono presto dette: la grande impresa non lo vuole, i sindacati nemmeno, e tutto questo in conseguenza di un calcolo cinico che impone la crescita dell'attività anche a discapito della qualità. Le imprese edili abilitate a intervenire con grossolani accertamenti sulla loro idoneità tecnica vedono con molta preoccupazione uno strumento che richiede la verifica della qualità di cui devono essere dotati gli operatori, cui necessariamente corrisponderebbe una maggiorazione dei costi di ingaggio. Del resto siamo arrivati, nella delirante rincorsa delle gare al massimo ribasso, ad offrire sconti del quarantacinque per cento sul prezzo a base di appalto. Quale garanzia può offrire un restauro con questi sconti è facile intuirlo. Tuttavia rimane ancora in piedi l'illusione di poter controllare la qualità dei lavori eseguiti da parte delle stazioni appaltanti: ma la cosa è impossibile perché occorrerebbe la possibilità di mantenere un personale fisso sui cantieri, personale che invece scarseggia tanto da non permette che controlli generici e inadeguati. Una maggiore garanzia sull'idoneità dell'imprenditoria del restauro cèrtamente avrebbe come risultato lavori migliori e una conservazione più scrupolosa dei beni, che sul lungo termine si rivela l'unica politica possibile per il mantenimento della loro redditività economica. Laddove, infatti, nel nostro paese restassero in piedi ben pochi monumenti autentici da visitare i flussi turistici devierebbero facilmente verso altre coste e altri monti più intatti dei nostri. È dunque necessario che l'elenco previsto faticosamente dalla legge e dall'ultimo governo sia istituito, ma soprattutto che si stabiliscano criteri professionali adeguati alla difficoltà del lavoro. Il Ministro dei Beni Culturali non può aspettare in eterno mentre la situazione continua a degenerare. La scelta che attraverso questo elenco sarà compiuta dal governo in carica sarà il termometro più veritiero per misurare il rigore della sua politica culturale, molto più rivelatore di quanto non siano le mostre e le parate retoriche approntate quotidianamente sotto i nostri occhi con tutte le iniziative di corredo che inondano i media.