Carducci? Sì, perché no, sopravvive nelle antologie scolastiche, ha il suo posto nel canone, questa camicia di forza o letto di Procuste del sistema letterario... Gli insegnanti, in maggioranza, preferiscono D'Annunzio e Pascoli, figuriamoci gli studenti... Pier Paolo Pasolini definì il manierismo vitalistico carducciano «l'operazione più in malafede della letteratura italiana». Giuseppe Conte e Maurizio Cucchi, poeti diversi fra loro e da Carducci, hanno uno sguardo più distaccato sul monumento andato in pezzi: un tribunale del riesame troverebbe in lui elementi di originalità non trascurabili, a partire dalla sempre lodata ingegneria metrica... Cattedratico, senatore, massone, repubblicano affascinato dalla regina Margherita, anticlericale, nostalgico della classicità, chi lo legge più? Roba antica, visionarietà libresca... Le sue celebri invettive? Superate, non mordono più. Ma negli ultimi quindici anni Garzanti (non è l'unico a pubblicare l'autore di Odi barbare), sfidando la disaffezione della scuola, ha venduto cinquantamila copie di una antologia poetica, curatori Giorgio Bàrberi Squarotti e Mario Rettori (prima edizione 1978). Poi, 20 aprile 2004, in edicola con La Stampa, del volume se ne vendono 14.260 copie. Nulla di clamoroso, almeno è un piccolo indizio postumo che i versi di Carducci non sono del tutto scomparsi dalla memoria collettiva. Anche negli aspetti peggiori (banali, sospirosi, iperletterari, pedanteschi, titanici) del vate che si erge a oracolo nazionale e nel 1897 confessava a un suo corrispondente: l'unità d'Italia «fu ed è l'amore, la fede, la religione della mia vita». E allora, grazie a rituali convenzioni anniversarie doverosamente istituzionali, in vari luoghi saranno ricordati due centenari: il Premio Nobel per la letteratura consegnato al poeta malato nella sua casa bolognese il 10 dicembre 1906; la morte, a Bologna, settantunenne, fra il 16 e il 17 febbraio 1907. Si comincia a Pisa: alla Scuola Normale Superiore (050-509215) diretta da Salvatore Settis, il 18 ottobre convegno alla presenza di Carlo Azeglio Campi, livornese di nascita e normalista di studi. I relatori sono Umberto Carpi, Luca Serianni, Rinaldo Fanalài, Guido Capovilla, Andrea Battistini, Anna Folli, Ermanno Paccagnini: a chiudere la giornata, una lettura di poesie dell'Orco (così lo chiamava Annie Vivanti al tempo della passione) e un concerto. Nella relazione inaugurale Carpi invita polemicamente a rileggere Carducci in chiave filogiacobina, convinto com'era ilpoeta che il Risorgimento italiano fosse legato ai princìpi culturali e politici della Rivoluzione francese. Rilettura tanto più necessaria «visto l'attuale clima di svalutazione dei valori rivoluzionari e risorgimentali alimentato da alcuni studiosi: Ernesto Galli Della Loggia per esempio». Carducci può essere ancora rivisitato come testimone di forti valori morali, civili, estetici, benché molto elitari. E non si dimentichi, afferma Carpi, il grande poeta funebre: quei versi, come "Nevicata" e altri, dominati dall'angoscia della morte. Un argomento si presta benissimo a misurare il livello dell'eredità espressiva del prosatore e del poeta: «il nuovo e il vecchio nella lingua di Carducci» e «la storicità della sua ricerca linguistica» che Serianni analizza partendo da un giudizio di Giacomo Devoto sulla «sicurezza linguistica» del toscano Carducci, radicata nella tradizione e tuttavia aperta «ai neologismi, ai barbarismi, ai volgarismi». Nell'epistolario, infatti, si registrano «venerabili arcaismi» ma anche parole come «terrorista» (cioè aspro, severo), all'epoca metà Ottocento di impiego non comune: Carducci così definisce la «critica» da lui scritta a proposito di un sonetto di Enrico Nencioni, amico carissimo. Si diffonderà l'abolizione della virgola nelle sequenze di aggettivi piuttosto lunghe («intedescato infranciosato inglesante biblico orientalista»). Ricorrenti, inoltre, alcuni neologismi ottocenteschi di varia derivazione: «egotismo», «nervosismo», «ossianismo», «atavismo», «cretinismo», «sensismo», e «manzonismo» in Davanti San Guido notissimo per l'intonazione sarcastica (forse qualcuno ha in mente due versi, «La favella toscana ch'è sì scioccaNel manzonismo de gli stenterelli»). E un'altra particolarità della poesia Serianni la segnala nell'avverbio «ecco», spesso collocato all'inizio del periodo («Ecco, e tra i palchi onde l'oligarchiasputa in platea»). Sarebbe tuttavia un abuso scorgere ascendenze carducciane (visibilissime in Eugenio Montale per «la qualità e la quantità» annota il relatore) nel giornalismo odierno dove «ecco» mi pare è una scelta frequente di occhielli e sommali che accompagnano e spiegano i titoli. Insomma, l'eclettismo carducciano ha esercitato le sue sperimentazioni lungo il percorso linguistico Dante-Manzoni, rimettendo «in gioco gli stili più diversi»: come è accaduto in architettura, dice Serianni, forse alludendo a quell'operazione stilistica che appunto nel campo dell'architettura ha battezzato il postmoderno. Quasi una provocazione: Carducci postmoderno?
L'ORCO CARDUCCI E LA SUA EREDITÀ
Il poeta italiano Giosuè Carducci è ancora oggi ricordato e studiato, nonostante la sua influenza sia stata messa in discussione da alcuni studiosi. Negli ultimi anni, ci sono stati diversi eventi che hanno contribuito a riscoprire la sua opera, come la pubblicazione di antologie e la celebrazione del suo centenario. Un convegno a Pisa ha visto la partecipazione di studiosi e critici, che hanno discusso della sua opera e della sua eredità. Tra i temi trattati, la necessità di rileggere Carducci in chiave filogiacobina, cioè legata ai valori della Rivoluzione francese e del Risorgimento italiano.
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