I due saloni recuperati non hanno ancora una sistemazione definitiva «Questi palazzi sembra che abbiano la lebbra», mormora Mimi Rogers a James Belushi in una scena di 'Dimenticare Palermo'. Nel mentre la carrozza passa per piazza Bologna, e la macchina da presa inquadra la facciata corrosa di Palazzo Alliata di Villafranca, i grandi trofei in stucco anneriti e monchi, gli intonaci screpolati. Sono passati sedici anni, e apparentemente nulla è cambiato: la grande piazza tardorinascimentale è sempre adibita a parcheggio abusivo e rigurgita automobili sin dal primo mattino, le immondizie continuano ad accumularsi intorno alla statua bronzea di Carlo V opera di Scipione Li Volsi, la grande facciata del palazzo con due portali dingresso resta sigillata e immalinconita. In realtà sono cambiate, in questi anni, parecchie cose per la dimora nobiliare: si è chiusa la causa legale che opponeva gli eredi Alliata alla Curia arcivescovile, beneficiaria del lascito testamentario della principessa Correale; è stata effettuata una operazione di inventario e catalogazione di ciò che è rimasto degli arredi e della quadreria, un tempo imponenti e poi via via impoveriti dalle vendite; è stato infine approvato, dopo non poche polemiche, il progetto presentato dalla stessa Curia che prevede la trasformazione del secondo piano in hotel di lusso, riservando gli ambienti del piano nobile a museo o (la differenza non è di poco conto) a spazio di rappresentanza. Progetto pronto nei dettagli, finanziamenti (pare) già stanziati: a Palermo, quando si vuole, si sa essere celeri. Come la gran parte degli edifici storici palermitani, anche Palazzo Alliata è un palinsesto, una stratificazione complessa formatasi attraverso una sequenza di riedificazioni, restauri, rifacimenti e passaggi di proprietà: il nucleo originario è il palazzo costruito da Aloisio di Bologna, barone di Montefranco, intorno al 1566, quando cioè il largo Aragona (questo il primo nome della piazza) fu aperto secondo un invaso regolare proprio della tradizione rinascimentale e manierista quale fulcro del tracciato del Cassaro. Rilevato dalla famiglia Alliata allinizio del secolo successivo, nel 1615, il palazzo conobbe ampliamenti e trasformazioni secondo i canoni del nuovo gusto seicentesco, e risale probabilmente a quellepoca la prima formazione della galleria dei dipinti. Il terremoto del 1751 fornì loccasione per un nuovo restyling, questa volta in chiave rococò: Giovan Battista Vaccarini e Francesco Ferrigno gli architetti, Gaspare Serenario - autore magniloquente delle decorative macchine encomiastiche settecentesche - fu chiamato per gli affreschi (rovinati durante i bombardamenti del maggio 1943), Bartolomeo Sanseverino per le decorazioni a stucco. Il tutto in un tripudio di boiseries, dorature, ornati a trompe loeil. Il declino è storia del Novecento, con il progressivo degrado e la dispersione delle collezioni; destino comune a tanti prestigiosi palazzi palermitani. La presentazione, nei giorni scorsi, di 'Mirabile artificio' (mostre e percorsi intesi a promuovere il museo diffuso nel territorio dellAlto Belice) è stata loccasione per una prima apertura al pubblico del palazzo. Apertura molto parziale in verità, limitata cioè a due saloni del piano nobile senza che fosse accessibile lambiente più prestigioso e importante, la galleria (dove permangono, tra gli altri, problemi di infiltrazione) che ancora conserva alcuni dei dipinti più importanti della raccolta: una 'Crocifissione' attribuita ad Anton van Dyck (o alla sua bottega) e due grandi tele di Matthias Stom, ('Il miracolo della moneta' e il 'Martirio di Santo Stefano'), lartista olandese approdato in Sicilia intorno al 1641 i cui dipinti a lume di candela conobbero un grande successo presso la committenza aristocratica isolana alla metà del secolo e per il quale da tempo si auspica una mostra che potrebbe raccoglierne le opere disperse - in gran parte proprio dalla Sicilia - nei musei di mezzo mondo. I due saloni recuperati, il cosiddetto salone dello stemma e la sala attigua, si presentano oggi con una sistemazione non ancora definitiva in attesa di ulteriori indagini (per esempio per quel che riguarda la collocazione originaria e la provenienza dei dipinti collocati a sovrapporte) ma anche di conoscere la loro effettiva destinazione d'uso. Nel progetto presentato per adibire a hotel parte del palazzo, gli ingressi dell'albergo e del museo al piano nobile rimarrebbero ad esempio separati. Ma prima di procedere ai lavori di ristrutturazione con camere, reception, ascensori e ristoranti, sarebbe auspicabile che il piano di recupero architettonico venga completato e avviato, compresi gli interventi relativi alla facciata che non devono essere pensati in funzione dell'hotel ma della filologia architettonica e museale; e che magari si abbia il coraggio di varare, per piazza Bologna, una serie di misure che la sottraggano alla attuale condizione di parcheggio. Ma intanto, cortesemente, qualcuno provveda almeno a rimuovere la sciarpa rosanero e la bandiera dell'Italia calcistica che pavesano ormai da anni l'incolpevole Carlo V