Mi chiedevo perché il giorno 20 settembre all'opening della grande mostra Musei del XXI secolo, ospitata al Maxxi temporaneo di Roma, non ci fosse il solito pienone che caratterizza gli eventi mondani della capitile. In fondo la mostra non era male e il tema affrontato era interessante se non altro per il semplice fatto che i musei sono da sempre oggetto privilegiato della sperimentazione architettonica e attraverso questi edifici, più che qualsiasi altra tipologia, è possibile capire in che direzione si muova la riflessione architettonica. Nei musei, infatti, diversamente che nelle residenze, negli ospedali o negli stessi centri commerciali, è data al progettista ampia libertà di azione per almeno tre ragioni. Perché i soggetti che li promuovono hanno budget sostanziosi e quindi non lesinano sulla qualità della costruzione. Perché le opere d'arte si possono esporre in molti modi e non ne esiste uno standard al quale gli architetti debbano sottostare. Perché i committenti conoscono le regole della creatività e quindi sanno che al progettista, se si vuole ottenere un edificio di un certo effetto, occorre lasciare mano libera. Noi tutti conosciamo le vicende del povero James Johnson Sweeney che durante la costruzione del Guggenheim, di cui sarà il direttore, litiga con Frank Lloyd Wright prima rimproverandogli che gli interpiani sono troppo bassi per ospitare i grandi quadri dei pittori contemporanei e poi sbottando alla risposta dell'architetto di risolvere il problema accorciando le tele. E ugualmente siamo abituati alle ricorrenti proteste di artisti e curatori - insopportabili quelle di Vittorio Sgarbi e di Achille Bonito Oliva - contro l'eccessiva esuberanza formale del tal o talaltro architetto. Ma, alla fine, davanti a opere così diverse quali la Staatsgalerie di Stoccarda, il grande Louvre di Parigi, il Guggenheim di Bilbao, il Museo Ebraico di Berlino, la fondazione Beyler di Basilea, la nuova Tate di Londra, il rinnovato Moma di New York non possiamo non riconoscere che, se a un libro di storia della civiltà contemporanea si togliessero i musei, gli mancherebbero molte pagine. Ma forse proprio perché dei musei, soprattutto in un recente passato, se ne è parlato tanto e forse troppo, oggi non se ne può più. Simboli della cultura occidentale, luoghi in cui si celebra il matrimonio tra istituzioni e conoscenza, gioielli urbani realizzati da uno star System sempre più sofisticato, ma sempre più esangue, i musei sono stati ridimensionati da un nuovo modo di sentire più riflessivo e meno autocelebrativo che da qualche anno a questa parte, e forse proprio a partire dai fatti dell' 11 settembre, sta prendendo piede nelle nostre coscienze. Ricordo ancora l'entusiasmo con il quale noi architetti italiani abbiamo accolto l'inaugurazione del Guggenheim di Bilbao nell'ottobre del 1997. Oggi davanti a una ennesima opera, sia pure di quello straordinario talento di Gehry, non sappiamo nascondere noia e imbarazzo. Noia e imbarazzo che abbiamo provato anche davanti ai magnifici plastici dei 27 musei realizzati o che lo saranno entro il 2010 esposti al Maxxi. Non che le opere fossero brutte o, peggio, irrilevanti. Tra queste ve ne sono di significative come il Chicu Art museum di Tadao Ando e il Musée du quai Branly di Jean Nouvel e dei capolavori quali il Centre Pompidou di Mertz di Shigeru Ban e Jacques Ferrier, l'Eyebeam Museum of Art and Technology di Diller Scofidio, il Musées des Confluen-ces di Coop Himmel(b)lau, la Kunsthaus di Graz di Peter Cook e Coh'n Fournier. Ma la sensazione è che l'architettura nei prossimi anni si rivolgerà verso altre direzioni. Forse verso la ricerca ecologica, il low tech o un maggiore impegno nel sociale? Chissà, ma sicuramente non nella direzione dei musei. Il meglio se se ne occuperà lo farà con un'altra ottica. E in questo senso mi sembra che la piccola esposizione curata da Pippo Ciorra che, con il titolo «Next generation: il futuro dei musei», si affianca a quella principale, abbia il merito di registrare lo stato di disagio e di investigare un nuovo modo di intenderli più dinamico in cui le istituzioni si rimodellano «uscendo dagli edifici tradizionali in funzione delle nuove relazioni che si stabiliscono tra l'arte contemporanea, lo spazio fisico della città, quello concettuale del mercato e dei media dell'arte». Da qui l'analisi di alternative che vanno dal Palais de Tokyo a Parigi a Fiumara Arte in Sicilia sino all'esperienza di Fabbrica 728 a Pechino. Analisi che, occorre dire, è condotta meglio nel catalogo (edito da Electa Opera-darc) che nel ristretto spazio a disposizione. Un'ultima osservazione. Al visitatore non sfugge che la scelta del tema museale ha un obiettivo: sollecitare autorità e istituzioni a completare il Maxxi di Zaha Hadid il cui cantiere è proprio a due passi dalla sede dell'esposizione ed è in forte ritardo anche per mancanza di finanziamenti. Cosa dire? In tutto il mondo realizzare certe opere è normalità, da noi una faticosa eccezione.