La parola «esproprio», a proposito del Petruzzelli, non è forse la più adatta per indicare ì possibili sviluppi di una vicenda che si trascina da una notte di ottobre di quindici anni fa; se poi vi si accosta il termine «proletario», la si carica di una conflittualità che sa tanto di lotta di classe, senza però trascurare che nel corso dei millenni sono stati proprio i meno abbienti a subire espropri di ogni genere. Ad ogni modo, se di esproprio si vuole parlare, non deve trascurarsi alcun aspetto di tale annosa questione e rifarsi a ciò che è documentabile, quindi non soggetto a comode interpretazioni di nessuna delle parti in gioco. La buona borghesia che oltre un secolo fa decise di investire parte delle proprie risorse perché Bari avesse un teatro degno di tal nome, ottenne dal Comune di godere del diritto di superficie lì dove poi il teatro fu fatto sorgere; i virtuosi amministratori di quel tempo seppero tutelare gli interessi della cosa pubblica facendo sottoscrivere ai proprietari clausole ben precise. Due in particolare meritano di essere ricordate: il manufatto avrebbe dovuto ospitare solo iniziative di natura artistica; la seconda sembrava preconizzare quanto è purtroppo avvenuto e cioè che in caso di danni da incendio, i proprietari si impegnavano ad avviare entro un anno le opere di ricostruzione da completare entro tre anni dall'avvio. La prima delle due clausole aveva il chiaro scopo di evitare speculazioni; la seconda di assicurare a Bari la presenza di un teatro di livello anche nel malaugurato caso di una distruzione, accidentale, colposa o dolosa che fosse. E venir meno anche di una sola di queste due clausole avrebbe dovuto comportare la decadenza del diritto di superficie con relativa confisca del manufatto. Superfluo ricordare i tanti locali dati in fitto ad attività che non hanno molto a che fare con la musica e l'arte in genere (perfino un garage è stato fatto intrufolare tra quei muri!); così come i privati non hanno ottemperato all'obbligo di provvedere alla ricostruzione nei termini fissati. Tali clausole erano ben note sia agli amministratori che ai proprietari quando quella maledetta notte tutto andò in fiamme; lo stesso sindaco Enrico Dalfino non escludeva il ricorso al rispetto del contratto, ma preferì avviare una trattativa che non esasperasse i rapporti a tutto danno della città; ma evidentemente tale disponibilità non ha prodotto i risultati auspicati, così anche negli anni successivi. Al contrario si è giunti alla previsione del 2002 ai più apparsa non proprio equilibrata e rispettosa in eguale misura delle aspettative delle parti, i proprietari ed i circa 400mila cittadini baresi. Naturalmente ora, per esorcizzare l'esproprio, sembrerebbe più utile rifarsi al 2002 e dimenticare le clausole che, seriamente applicate, avrebbero da tempo cancellato proprietari e relative pretese. C'è anzi da chiedersi perché non andare a rileggere gli accordi sottoscritti un secolo fa e da lì avviare una seria discussione a tutela dei diritti di ciascuno. E' proprio assurdo ipotizzare che un qualunque cittadino, poiché contribuente, potrebbe citare chi dovesse assumersi la responsabilità di riconoscere risarcimenti non spettanti, cosi male amministrando il bene comune? Insomma ce n'è e tanto per accettare l'avvio di una seria trattativa, da non snobbare irrigidendosi sulle proprie posizioni peraltro discutibili, come d'altro canto non si è irrigidita l'Amministrazione comunale che sin da quando le fiamme non erano ancora del tutto spente manifestò - e ancora oggi l'intento dì dialogare, non escludendo che anche sul fronte opposto vi possano essere ragioni da non trascurare. Consigliere comunale di Bari (Lista Emiliano)