Il direttore del teatro interviene nel dibattito aperto da Barbiellini Amidei contro la perdita di attrazione della città Il responsabile del Piccolo: non bastano le Notti bianche per recuperare il terreno perso rispetto a Roma «Milano ama poco se stessa. Bisogna recuperare un progetto illuministico e un'idea di città che consideri la cultura come occasione di sviluppo». Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro, parla di giovani milanesi «sensibili, che chiedono di poter appagare le loro curiosità». E di una «una città che invece, da troppi anni, è una fonte asciutta di pensiero politico, sindacale e culturale». Una sfida per gli intellettuali, ma anche per gli amministratori: quella «di vivere meglio la città». Largo Paolo Grassi è «un orribile cavedio di degrado e spaccio». Gli Arcimboldi «rappresentano un'occasione perduta». L'intervista. Milano in declino: il Dibattito aperto da Barbiellini Amidei Escobar: Milano dimentica che la cultura è sviluppo Il direttore del Piccolo: non basta il marketing urbano, la politica recuperi un progetto illuministico. Arcimboldi, occasione perduta: ci credono solo i privati. Spaccio e degrado intorno al teatro Strehler Milano ama poco la cultura? . Sergio Escobar, direttore del Picco lo Teatro, interviene nel dibattito aperto sul «Corriere» da Gaspare Barbiellini Amidei. Tema: la (perduta) capacità di attrazione della città. E così pone il fixing della questione: «Milano, in realtà, ama poco se stessa. O così sembra. Ma occorre distinguere». Facciamolo. «Milano, la gente di Milano, segue la cultura come nessun'altra città in Europa e nel mondo. Lo dico con cognizione di causa e cito il Piccolo, la realtà che conosco meglio: in 8 anni abbiamo proposto prosa in 16 lingue diverse e registriamo solo a Milano dai 250 ai 300 mila spettatori ogni anno. La metà dei quali ha meno di 26 anni» I giovani rispondono. «Sì, anche alle proposte più complesse. Sono sensibili, chiedono di poter appagare le loro curiosità. Le cifre che ho elencato dovrebbero far riflettere a chi si occupa di Milano: la politica, gli amministratori, gli intellettuali. Però...», Però? «Non si tratta di vendere meglio la città. Di fare del banale marketing urbano. Ma di recuperare un progetto illuministico e un'idea di Milano che consideri la cultura come imperdibile occasione di sviluppo. Questa è una città che ha prodotto pensiero politico, sindacale e culturale. Da troppi anni la fonte è asciutta». Solo miopia della politica? «Anche gli intellettuali hanno le loro colpe. Perso il contatto con le istituzioni, hanno smarrito la capacità di interpretare il Cambiamento e si limitano a riconoscere i difetti della città, senza dare un contributo positivo». Ha qualcosa da dire al sindaco Moratti? «Ho apprezzato l'orgoglio con cui ha presentato a Shanghai le attività culturali di Milano, la stagione della Scala e così via. Un segnale incoraggiante. Ecco: un'idea di città in cui la cultura è opportunità di sviluppo e attrazione turistica. Per celebrare i sessant'anni del Piccolo siamo d'accordo di dar vita a una pubblica riflessione che dalla storia del teatro diventi un'analisi della città che cambia». Come vede la candidatura all'Expo 2015? «Va in questa direzione. L'importante è, fin da ora, creare i contatti con città che dovrebbero partecipare al progetto e costruire un percorso di città più vivibile. Anche ad esposizione conclusa». II declino politico si traduce anche in degrado strutturale? «Purtroppo sì. Da anni chiedo che sia finita la piazza che si apre davanti Paolo Ballimi al Teatro Strehler. L'obiettivo era di farne un foyer ere plein air. Per dare ai milanesi la possibilità di vivere la cultura. Oltre lo spettacolo. E quindi di vivere meglio la città. Largo Paolo Grassi poi è un orribile cavedio di degrado e spaccio. Accanto a un'istituzione che la città dovrebbe amare e che contribuisce alla sua immagine internazionale. Non è l'unica pecca. Penso al restauro di corso Garibaldi: non rispetta l'identità del quartiere». Gli Arcimboldi? «Così come sono, rappresentano un'occasione perduta. Non corrispondono a una strategia, sono solo il frutto della buona volontà dei privati». Roma è più avanti di Milano sulla strada del rilancio? «È sbagliato ridurre tutto a un con franto campanilistico. Detto questo, io non credo che bastino una Festa del cinema, un auditorium della musica le Notti bianche per recuperare il terreno perduto. Il merito del sindaco Veltroni è di fare di questi eventi il perno di una strategia per rilanciare lo di sviluppo di Roma. A Milano serve, invece, un festival permanente delle idee», Lei è favorevole alle Notti bianche? «In generale, no. Ma a Roma le Notti bianche hanno un significato che ha le sue radici nel tracciato storico e urbano della città. Per Milano questo discorso non vale. Uso uno slogan: se Roma è Las Vegas o Los Angeles, Milano è tra Boston e New York. E a New York, ricordo, intorno a un'istituzione culturale come il Barn (Brooklyn Academy of Music) hanno costruito un piano urbanistico ad hoc».