Roma Buona la prima. Cioè quello che ha affermato Witold Gombrowicz: «Presumi di accostarti all'arte di tua propria volontà, sospinto soltanto dalla sirena della bellezza, ma in realtà c'è una mano invisibile che ti ha afferrato per la collottola, ti ha portato innanzi a un quadro e ti ci ha fatto inginocchiare davanti, e una volontà più forte della tua ti ha ordinato di sforzarti di provare le sensazioni giuste. Quale mano e quale volontà? La mano non è quella del singolo e la volontà è una volontà collettiva, nata in una dimensione interumana a te completamente estranea. Tu non ammiri, ma cerchi semplicemente di ammirare» (Diario 1953-1958). Lo ha fatto ovviamente parlando di musei e del suo pubblico, ormai diventato folla. Nel sistema dell'arte i musei oggi sono diventati l'anello forte che attira l'attenzione di artisti, critici, collezionisti, media, spettatori disinteressati e altri giustamente interessati, la classe politica. Grandi, medie e piccole città tutte rincorrono l'orgoglio di un museo d'arte contemporanea, per giusta sete di conoscenza ma anche per status symbol e indotti turistici. Lifting architettonico che svecchia i centri storici o che qualifica aree urbane periferiche. Qui architetti delle ultime generazioni adagiano megagadget tridimensionali, capaci di attirare l'attenzione sociale e bucare l'immaginario collettivo spingendo un gran pubblico verso sentimenti di stupefazione, godimento e giusto appagamento per la soddisfatta attesa di nuove forme mirabolanti. Musei nel XXI secolo: idee, progetti, edifici: è la mostra, a cura di Suzanne Greub e Thierry Greub, al MAXXI di Roma (l'anno prossimo al Mart di Trento e Rovereto). Un'ampia rassegna di un cantiere globale che anima il nostro pianeta nei suoi diversi continenti, rappresentato con moquette, audiovisivi, interviste e tabelle tecniche. Oui i musei reclamano attenzione. Prevale la mutazione genetica di un'architettura che, dopo il corpo a corpo tra il movimento moderno ed il postmodern, ha trovato una soluzione linguistica e stilistica, frutto di molteplici convergenze. Il superamento strettamente funzionale dell'oggetto costruito secondo i dettami del razionalismo l'assunzione dell'ornamento senza più i sensi di colpa di Adoll Loos e il supporto di una fantasia computerizzata che trova nella telematica la possibilità di soluzioni impedite alla mano artigianale dell'architetto solitario. Dal Guggenheim di Frank Gehry a Bilbao, fino al Museo di Arte e Tecnologia di New York di Scofidio e Renfro, corre una lunga sequenza di progetti e di soluzioni che affermano una diversa nozione di museo rispetto a quelle prospettate fino agli anni Ottanta. Non più solitario luogo di conoscenza e contemplazione silenziosa, piuttosto eclatante monumento al consumo estetico. Espressione vaporizzata in grande dimensione di edonismo architettonico che sicuramente afferma spesso un linguaggio autoreferenziale fino a diventare pubblicità di se stesso. Naturalmente da questi progetti emergono prove eccellenti come il Museo Paul Klee di Renzo Piano a Berna, quello a Naoshima di Tadao Andò, quello di Quai Branly di Jean Nouvel, Mart di Trento e Rovereto di Mario Botta con Giulio Andreoli, quello di Groningen di Alessandro Mendini. Se è giusta la presentazione del mega progetto di Zaha Hadid per il MAXXI, stupisce l'assenza di quello per il Macro di Roma di Odile Decq, Leone d'Oro alla sesta Biennale di Architettura di Venezia. Quasi sempre grandi opere, talvolta semplice birignao architettonico, la mostra, che ospita anche la coraggiosa presenza del Man di Nuoro, mette in evidenza la capacità di sintesi di una generazione creativa che sa coniugare ecletticamente geometria della linea retta e quella della linea curva; senso organico della forma, contaminazione tra materiali diversi tra loro e uso flessibile di una tecnologia sempre più invasiva. Ecco che l'architettura di oggi attraverso i musei parla una lingua globale che può permettere anche un dialogo tra oriente ed occidente, tra Taniguchi, Kurokawa, Maki, Aoki, con Anamorphosis, Chipperfield, Merz, Liebeskind, Steven Holl. Se all'esterno il museo gioca il ruolo di acchiappa-sguardi per iperboli spaziali e ibridazione di materiali in aperta competizione con la scultura, all'interno abita l'arte, ma non sempre a suo agio. Il museo è ormai un luogo di calma calca e di ingorgo visivo. Gioconda, o Guernica, Warhol o Bill Viola, l'arte catalizza attenzione, silenzio, stupore e ammirazione spettacolare. Il pubblico generalizzato in folla viene blandito dall'istituzione stessa, il museo che, mentre si da sempre come favoloso deposito della storia, da evidenza epifanica a quelle opere che possano legittimarlo come "presente all'opera": ecco l'accerchiamento del visitatore! Un modo per sottrarsi al sospetto di un'identità autoritaria, remota? Piuttosto si esibisce l'am-piezza del suo perimetro, la magnificenza del suo ventre ampio e avvenente, dove si consuma l'ultima metamorfosi del pubblico. Il museo, costruito virtuale, sembra essere ancora quel luogo eccellente, meraviglioso, che "d'aprés Bachelard" accende i fuochi dello sguardo per contenitori che reclamano attenzione. Oltre che per l'arte custodita ed esposta al servizio dell'inclito pubblico, intimorito da tanto spazio e sforzo architettonico. Ormai l'ammirazione del pubblico oggi va, oltre che all'arte anche alla qualità performativa ed autoreferenziale del progetto architettonico, come ben documenta la mostra. Destrutturare, ristrutturare e strutturare (per esempio dall'intervento di Piano sul Whitney Museum di New York disegnato da Breuer, ai progetti di Massimiliano Fuksas per il Palazzo dei Congressi all'Eur e di Koolhaas per l'Ostiense di Roma), sono i movimenti progettuali di un'architettura contemporanea che ha trovato nel museo il luogo ideale per amplificare il proprio mito. Qui dentro, Io, pubblico istantaneo, impavido avventore, dondolandomi tra video, installazioni, bar-ristoranti, toilette e computer, cuffie e guardaroba, shopping center e gente simpatica, in una magnifica profusione di eventualità, dolcemente naufrago in quell'inerte quotidiano a me tanto caro.
Musei. I supergadget nelle città del 2000
Il testo discute la trasformazione dei musei nell'arte contemporanea. Witold Gombrowicz afferma che i musei sono influenzati da una mano invisibile che li spinge a mostrare opere belle e affermare la propria bellezza. I musei oggi sono diventati luoghi di consumo estetico, eclatanti monumenti al consumo estetico. Le opere d'arte sono spesso esposte in modo da creare un'esperienza di consumo estetico. La mostra "Musei nel XXI secolo" al MAXXI di Roma esamina le idee, progetti e edifici dei musei contemporanei. La mostra mette in evidenza la capacità di sintesi di una generazione creativa che coniuga ecletticamente geometria della linea retta e quella della linea curva.
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