«II sottosegretario ha garantito: a giorni ci sarà il conforto tecnico sulle alternative». Ma la questione da risolvere è politica «Niente, non mi ha detto niente. Enrico Letta era all'Aspen, è venuto a trovarmi». Manca poco alle 13 quando Massimo Cacciari - borsa in mano, direzione Milano - esce di corsa da Ca' Farsetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il margherite Enrico Letta, se ne è andato da alcuni minuti. Di nascosto. Motivo: i cronisti, peraltro fatti uscire dal palazzo piantonato dai vigili urbani su ordine della segreteria del sindaco già un'ora prima, non dovevano incrociarlo. Letta non gradiva domande, la visita era e doveva restare riservata. Così per il numero due di Palazzo Chigi è stata scelta una delle porte laterali, e più nascoste, del municipio, quindi il sottosegretario è stato accompagnato - a piedi - fino in campo Manin, dove ha ripreso il motoscafo ed è tornato a San Clemente per dedicarsi ai lavori del seminario Aspen. Quaranta minuti di incontro «riservato» nello studio del sindaco solo per scambiarsi un saluto e sorseggiare un caffè? Non è che i due - come peraltro aveva annunciato il sindaco il giorno prima: «Mi sentirò definitivamente con Letta» - dovevano parlare del Mose? Meglio, di quel che intende fare il governo Prodi per evitare che al prossimo Comitatone - data presunta: ai primi di novembre - si registri una spaccatura tra i favorevoli e i contrari alle paratoie mobili? A Massimo Cacciari, un piede già fuori da Ca' Farsetti, non resta che annuire: i due hanno parlato del Mose. «Mi ha garantito che nei prossimi giorni ci saranno i confronti tecnici». Esattamente quanto chiede - dalla scorsa estate - il Comune di Venezia. Giusto giovedì scorso, Cacciari aveva lanciato l'ultimatum: o si prendeva in consideratone il malloppo (duemila carte) di progetti alternativi, oppure al Comitatone l'amministrazione di Venezia si sarebbe presentata con un proprio ordine del giorno. E, al voto, si sarebbe registrata una spaccatura. Rischio, peraltro, tuttora valido, visto che tra i pro-Mose figurano non solo il governatore Veneto Giancarlo Galan e il sindaco di Jesolo Francesco Calzavara, ma anche i ministri Antonio Di Pietro (Infrastnitture) e Francesco Rutelli (Beni culturali), oltre che il premier Romano Prodi, mentre tra i contrari, con Cacciari e il sindaco di Mira Roberto Marcato, ci sono i ministri Alfonso Pecoraro Scanio (Ambiente), Fabio Mussi (Ricerca scientifica) e il viceministro Cesare De Piccoli (Trasportiporti). Dunque, il risultato dell'incontro «riservato» tra Cacciari e Letta è che il malloppo di duemila carte sarà preso in considerazione. Uno dei dipartimenti di competenza di Enrico Letta è il Dica che, diretto da Luigi Gailucci, deve in pratica raccogliere i pareri giunti dai vari enti e ministeri sui progetti alternativi al Mose. Letta ha garantito che «nei prossimi giorni» il confronto tecnico si farà. Significa che il Dica, raccolti i pareri (anche quello del Consiglio superiore dei lavori pubblici? Il Consiglio, decaduto, non è stato ancora nominato), convocherà un tavolo per avviare l'istruttoria e arrivare a una posizione finale. Difficile prevedere se sarà anche una posizione condivisa, visto che più di un ministro si è fin troppo sbilanciato (Di Pietro alla Camera ha detto chiaro e tondo sul Mose non si può tornare indietro) e che il premier a questo punto avrebbe imposto il silenzio. Prodi, però, ha anche un altro problema: dopo aver stoppato tutte le grandi opere, dalla Tav al Ponte sullo Stretto, può permettersi di bloccare anche il Mose, peraltro già iniziato, dando così occasione all'opposizione di essere davvero a capo di un governo del no a tutto? E ammesso invece che il Mose lo voglia, fare, dove trova i fondi? E se anche li trovasse e li inserisse in una leggina piuttosto che in un emendamento alla Finanziaria, riuscirebbe poi ad avere il voto in Parlamento? Di questo, più che del «confronto tecnico», avrebbero insomma discusso Cacciari e Letta nei 40 minuti di «incontro riservato» a Ca' Farsetti: riuscire a trovare una soluzione politica senza correre il rischio di spaccarsi platealmente in Comitatone. Metti caso, ad esempio, che il premier al prossimo comitato interministeriale riesca ad avocare a sé la decisione: creerebbe un precedente, ma non si voterebbe e non ci sarebbero così spaccature. Dopodiché, resterebbe il nodo: Mose avanti o Mose indietro tutta?