La zona archeologica in territorio di Riesi Riesi. Nuovo appello all'associazione "Amici di Riesi Pietro Altariva" alla commissione straordinaria del Comune e alla Sovrintendenza ai Beni culturali di Caltanissetta affinché si provveda a recintare il sito archeologico di contrada "Costa di Mandorle", che rischia la distruzione entro poco tempo. E' un appello che viene spesso ripetuto dopo la conoscenza storica del sito archeologico, e dopo la costituzione di una sezione dell'Archeoclub d'Italia (prof. Calogero Turco presidente) per intendeva fare pressioni presso la Soprintendenza per arginare il degrado; dopo il provvedimento del Consiglio comunale di Riesi del giugno 1990 di programmare una serie di interventi per porre il vincolo paesaggistico - su proposta dell'assessore Giuseppe Micciché - per il recupero delle tombe che comunemente il popolo ha chiamato "le tombe dei Saraceni" ma che risalgono all'epoca siculo-sicana. Da allora altri interventi per la necropoli di Costa di Mandorle. Necropoli piena di suggestioni e di ricordi storici, che si intravede subito ad un chilometro circa dall'abitato del paese sulla provinciale 190 delle solfare per Sommatino, subito dopo la "curva larga". Prima ancora che Omero cantasse la triste sorte di Troia, prima della fondazione di Siracusa e di Roma, che avvenne rispettivamente nel 733 e nel 750 a.C., tra le contrade di Costa di Mandorle, Porco Spino, Pantano e Sanguisuga, e le colline di Monte Veronica e Monte Stornello, alcuni uomini si erano già stanziati in quella zona e in quel territorio che, con l'alternarsi dei secoli, prenderà nomi diversi da Reiz a Rahal-met, da Riez a Riesium, ad Altarriba ed ancora in modo definitivo Riesi. Quasi da contrapposto alla montagna Veronica si eleva un poggetto a quota 300 metri, su un acrocoro di roccia biancastra sono scavate camerette funerarie di tecnica quasi uniforme, distanti qualche metro l'una dall'altra. In tutto saranno un centinaio comprese quelle diroccate, quelle cadute con la roccia nella pianura circostante, quelle interrate a metà coperte ormai da ciuffi di piante verdi e di cespugli. La terra non conosce mezzi meccanici, è stata mossa dall'aratro in superficie mai in profondità sicché basterebbe grattare un po' per ritrovare i segni e i documenti di un'epoca antica. Sono di quelle tombe siculo-sicane nelle quali il seppellimento era fatto per famiglie con i cadaveri rannicchiati e con le spalle appoggiate alle pareti., L'interno talvolta è di forma circolare talora quadrangolare, la soffitta non è sempre pianeggiante, qualche volta curva, l'ingresso angusto e doveva essere sicuramente chiuso da lastroni calcarei ad incassature. In mezzo al terriccio si trovano ancora pezzi di ossicini e di ceramica dipinta. Tutte quelle in superficie sono state aperte, frugate e depredate negli anni, altre distrutte. La zona è stata interessata lungo il corso degli anni da ritrovamenti sempre fortuiti. Nell'epoca moderna i più antichi ritrovamenti risalgono al 1820, allorché vennero trovati parecchi strumenti adatti al sacrificio, cioè accette, coltelli, ecc. Dopo circa un secolo nel 1912 il riesino Francesco Golisano per caso riporta alla luce, nella Costa di Mandorle di proprietà del cav. Inglese, accanto a quella necropoli abbandonata da tutti lungo i secoli, del materiale fittile. Le ceramiche, le anfore vengono esaminate dal prof. Vincenzo Cannizzaro che svolge un'indagine, alla quale segue una relazione. Egli ammette che una cittadina sicula era certamente esistita nei pressi di quella necropoli e fa rilevare la non poca somiglianza tra gli ipogei rinvenuti a Riesi e quelli esplorati dallo stesso Cannizzaro a Pozzo di Gotto. La necropoli riesina risalirebbe, secondo questa relazione all'VIII o al VII secolo a.C. Da anni è stata abbandonata la provinciale per Sommatino per cui il sito archeologico rimane fuori mano. A farla da padroni sono stati i tombaroli e nessuna tutela è stata promossa per proteggere la necropoli.