Prima un sottosegretario che gli remava contro. Adesso una talpa di nome Ulrich che ogni domenica, su queste pagine, spiattella le magagne del suo dicastero. Non c'è pace per il ministro dei Beni e delle Attività Culturali Giuliano Urbani. Bollato al suo debutto come liberista selvaggio, accusato di voler svendere ai privati il patrimonio artistico della nazione, dopo due anni è diventato bersaglio di accuse di segno opposto: gli danno dello statalista, del centralizzatore, perché con il suo nuovo «Codice» invaderebbe le competenze delle regioni. Per capire chi sia il vero Urbani, e dove voglia andare a parare, gli abbiamo fatto visita in Via del Collegio Romano, secondo piano, nel vasto ufficio già occupato da Veltroni e Melandri. «Ma non vede com'è più bello ora?» ci fa subito notare. «Ho messo le luci, era troppo buio qui dentro». E allora faccia luce, professor Urbani: È vero che si è convertito allo statalismo? Il ministro ride: «Sono e resto liberale, ma difendo il ruolo dello Stato. Non c'è contraddizione. L'articolo 9 della Costituzione parla chiaro: la tutela dei beni culturali spetta allo Stato e non può essere abdicata. Non possiamo tutelare il romanico in un modo a Bologna e in un altro a Bari. La tutela deve essere unitaria. Nello stesso tempo, la legge istitutiva del nostro ministero ci obbliga a chiedere aiuto a enti locali e società civile in tutte le sue articolazioni. Le regioni ci hanno chiesto di mettere nel Codice un preambolo in cui si specificano i compiti rispettivi dei vari enti. L'abbiamo fatto, e ora le ripartizioni sono molto chiare». La riforma del ministero, a cui Urbani ha messo mano con l'entusiasmo dell'ingegnere istituzionale, crea ben diciassette direzioni generali, numerosi capi dipartimento e promozioni in massa. Un esercito di soli generali? Intanto la truppa è avvilita e demotivata, la nascita della Patrimonio Spa ha alimentato il sospetto che si voglia smantellare l'apparato pubblico: da anni non si fanno più concorsi (e questo non è certo colpa dell'attuale ministro), il personale invecchia e va in pensione, le risorse sono al lumicino. Che succede? «Tutti coloro che vanno in pensione devono essere sostituiti assicura Urbani e quindi i concorsi li faremo. La finanziaria ci impone il budget zero, cioè una spesa costante: ma questo vincolo non vieta di rinnovare i quadri, altrimenti rimarremmo sguarniti. Per la dirigenza, poi, abbiamo intenzione di favorire i sabbatici, cioè gli scambi università-ministero, perché in molti settori ne abbiamo bisogno. Nei due sensi: sia per aggiornare professionalmente i nostri, sia per portare le specializzazioni più significative dentro il ministero per un triennio. Sarebbe uno scambio molto arricchente, anche per l'università. Qui dentro abbiamo specialisti di livello mondiale». Appunto. È il modello italiano di tutela, che ci viene invidiato nel mondo, e che tanti temono di vedere sacrificato sull'altare della privatizzazione. «Niente affatto. La struttura dei soprintendenti va rimpinguata e rafforzata, affidandole i compiti che le sono propri. Ha ragione chi dice che non si può separare la tutela dalla gestione e dalla valorizzazione. Bisogna stabilire una gerarchia. La tutela viene al primo posto. Gestione e valorizzazione devono essere subordinate, ma è giusto delegarle a chi le sa fare. Perché mai un grande egittologo dovrebbe occuparsi del marketing del museo egizio? Naturalmente chi farà il marketing dovrà rispondere al soprintendente del museo. Non potrà fare quello che vuole delle mummie e dei sarcofagi. È un po' come per i presidi: che senso ha chiedere a un latinista o a un filosofo di vestire i panni del manager scolastico? È un mestiere che non sa fare, e che non si improvvisa a cinquant'anni». L'Egizio di Torino è appunto uno dei banchi di prova per la nuova formula delle Fondazioni museali. Ma nella stesura dello Statuto vengono al pettine i primi nodi: quale dovrà essere il peso rispettivo delle rappresentan-ze pubbliche e private, centrali e locali, negli organismi di governo della fondazione? Se lo Stato mette il 90 del patrimonio, cioè i muri del museo e tutto quello che c'è dentro, potrà accontentarsi di una posizione di minoranza in consiglio di amministrazione? «Partiamo da una premessa concettuale risponde Urbani . Le fondazioni non mettono in discussione la tutela, che come ho già detto spetta in esclusiva allo Stato. Servono alla valorizzazione del museo, alla sua promozione, Ma proprio per questo 10 Stato si deve garantire una "golden share". Il Consiglio di amministrazione dovrà essere presieduto da un signore nominato dal ministro, il cui voto sarà vincolante su tutta una serie di questioni. Ogni volta che si dovrà decidere qualcosa di attinente alla tutela e alla responsabilità proprietaria occorrerà il voto favorevole del presidente. Altrimenti la decisione non passa. Poi, ci sarà un secondo organo, il comitato scientifico, cui spetta indirizzare la politica culturale della fondazione, e questo sarà presieduto dal soprintendente. Il direttore è nominato d'intesa da Cda e comitato scientifico, e qui scatta la regola della "golden share". Non si nomina nessuno che non sia gradito ai rappresentanti dello Stato, ai quali dovrà sempre rispondere del suo operato». A proposito di pubblico e privato, si parla tanto di modello americano, dimenticando che negli Stati Uniti le donazioni a musei e università sono defiscalizzate: essere generosi conviene. In Italia siamo ancora ben lontani... «E' vero. La legge Melandri sulle erogazioni liberali è stata utilizzata al dieci per cento. C'era l'opportunità di avere esenzioni per 270 miliardi (di vecchie lire) e ci si è fermati a 30. Il cavallo non beve. Le aziende non hanno trovato conveniente investire, anche perché è una legge macchinosa. Stiamo cercando di rimediare. A luglio faremo una convenzione con la Confindustria per coinvolgere maggiormente le imprese. E con il nuovo Dpef l'esenzione sarà estesa alle persone fisiche; se lei o io volessimo Aire una donazione ,a Brera, poniamo di mille euro, potremo godere di un' esenzione totale dall'Irpef per quella cifra. La norma funzionerà dal 2004, ma a me pare una svolta importante. L'altro strumento è il "tax shelter": la donazione al museo come alternativa al pagamento delle imposte. Ma per ora è solo un progetto, bisogna aspettare che lo Stato della finanza pubblica ci consenta di metterlo in pratica». Ahi, ahi, ecco riapparire lo spettro di Tremonti... Chissà come invidia, Urbani, il suo predecessore Walter Veltroni, che da vicepresidente del consiglio aveva le chiavi della cassa e poteva mettere sull'attenti il ministro del tesoro. Lui deve stare in coda allo sportello assieme agli altri colleghi di governo, cercando di raggranellare qualche euro. E il budget del 2003 è stato scongelato soltanto a fine maggio... Il ministro sospira: «E' vero, e per alcune voci aspettiamo ancora il via libera. D'altronde, più che prendermi un capogabinetto della Corte dei Conti, che cosa potevo fare? È una delle tante lentezze del sistema italiano, per cui sono urgenti le riforme istituzionali. Comunque, fin da quando ho messo piede qui ho denunciato lo scandalo dello 0,17 del Pil. Un paese come il nostro, con i tesori che ha, non può accontentarsi di pochi spiccioli. Ecco perché nella finanziaria dell'anno scorso abbiamo varato l'innovazione del 3, cioè il collegamento infrastrutture fisiche-infrastrutture culturali». Qualcuno avanza il dubbio che il ministero delle infrastrutture voglia tenere per sé questi fondi, da usare a titolo di indennizzo quando una grande opera, come un'autostrada coinvolga un pezzo del patrimonio artistico... «No. Li gestiremo noi. La legge è chiarissima. Venerdì scorso, dopo il consiglio dei ministri, ho definito con Lunardi gli ultimi dettagli del regolamento attuativo. Una parte di queste risorse saranno esclusive per il ministero dei beni culturali, un'altra quota, circa un terzo, andrà alle iniziative comuni dei due ministeri. Faccio due esempi: tutte le aree archeologiche collegate alle autostrade, come quella di Luni, verranno gestite in comune, e finanziate con queste risorse. E poi vareremo presto una legge sulla qualità architettonica. Siamo l'unico paese a non avere una normativa in materia: basta vedere lo sconcio delle nostre periferie». Tornando al gettito del 3, potrà dunque andare a beneficio anche degli archivi di stato, molti dei quali rischiano la chiusura? Il ministro assicura di sì, e aggiunge: «I tagli di Tremonti hanno colpito soprattutto in questo settore. Ma il vero problema degli archivi non sono le spese generali, è l'esplosione della carta nel Novecento. Una marea di documenti che rischia di sommergerli. Bisogna mettere in piedi un'edilizia archivistica che guardi al futuro. E per questo sto pensando a una legge specifica per archivi e biblioteche. Comunque, con tutte le nostre carenze, in questo campo siamo ancora leader mondiali: non per niente il progetto europeo Minerva per lo sviluppo dei sistemi bibliotecari è stato affidato a noi». I poli museali, voluti da Veltroni e Melandri, e perfezionati da Urbani, stanno creando molti malumori. Si dice che separano i musei dal territorio e generano un ginepraio dì complicazioni burocratiche. «Nella riforma che abbiamo in mente - dice il ministro - cresceranno le autonomie funzionali dei musei e delle soprintendenze. Daremo corpo alla dimensione regionale, che esisteva solo sulla carta. Vogliamo creare un coordinamento a livello di regione, una logica di governo che tenga presenti tutte le specializzazioni indispensabili. Ogni volta che poni un vincolo quasi mai è solo paesaggistico, o architettonico o archeologico, o storico-artistico. Il più delle volte richiede la convergenza di tutti questi aspetti. In questo quadro non abbiamo ancora deciso se mantenere le soprintendenze dei poli. Capisco l'obiezione di chi, come Settis, dice: nella logica di questa riforma che senso hanno ancora i poli museali? L'importante è che il polo esista per gli utenti, che preferiscono un sistema integrato, come avviene per esempio a Napoli». Che cosa intendete fare, chiediamo ancora a Urbani, per la questione dei precari in servizio nei musei? Li assumerete in via definitiva? «Di ope legis risponde il ministro non si parla nemmeno. E neppure di concorsi riservati. Ma a chi ha fatto questa esperienza bisogna pure riconoscere un punteggio. Lo slancio con cui lavorano questi giovani è quasi commovente. Sono motivati, non possiamo perderli. D'altra parte non possiamo neppure penalizzare i giovani che sono rimasti fuori, e magari hanno studiato e fatto esperienze professionali importanti. Quindi concorso aperto per dare chance a tutti, ma anche un giusto riconoscimento per il servizio prestato. Nel frattempo, stiamo anche valorizzando il volontariato nei musei, fornendo la tessera gratuita ai soci delle maggiori organizzazioni». Nel congedarmi da Urbani, non posso fare a meno di domandargli che cosa ci facciano quei magnifici dipinti, appesi lì fuori nel corridoio. Se non sbaglio (lo ha scritto proprio il famigerato Ulrich) vengono da Palazzo Barberini. Non dovrebbero stare in una nuova galleria di arte antica? «Certo. Ma se non fossero qui marcirebbero in un sotterraneo. E comunque la soluzione è vicina, il circolo ufficiali sta per traslocare, con il ministero della difesa siamo già d'accordo, i] soprintendente Strinati sta mettendo a punto il progetto. Presto i romani avranno il loro sospirato museo".
il Sole 24 Ore
29 Giugno 2003
✓ Entità verificate
Largo ai giovani nei musei. Intervista a Giuliano Urbani
RI
Riccardo Chiaberge
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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