II mito dei genoardi palermitani, dei giardini paradiso che circondavano, con i loro padiglioni di delizia e i loro giochi d'acqua, la città nell'età normanna, ha fatto sognare molte generazioni di panormiti. Si deve a Michele Amari e alle sue opere sulla storia e la cultura islamica in Sicilia, e agli studi e ricostruzioni ideali del Goldschmidt, la rinascita dell'interesse per i monumenti dell'antica capitale. Per ciò che riguarda la Zisa, reso quasi illeggibile il fregio epigrafico sul muretto d'attico della facciata che fu resecato per ricavarne i merli quando il palazzo nel XIV secolo fu trasformato in fortezza, restano i due frammenti ai lati dell'arco di accesso alla sala della fontana (il famoso Iwan) a testimoniare l'appartenenza di quel «paradiso terrestre che si apre agli sguardi» a Guglielmo II: «Questi è il Musta'izz e questo è l'Aziz». La documentazione si trova in tutti i testi finora apparsi ma, per la completezza delle indagini, ricordo il libro di Giuseppe Bellafiore edito da Flaccovio nel 1994. In esso è riportata la più antica notizia sul palazzo (che non è un castello) contenuta nella cronaca di Romualdo Salernitano: «In quel tempo il re Guglielmo fece edificare un palazzo abbastanza alto e costruito con arte meravigliosa. Lo chiamò Sisa, lo circondò di bei giardini e di ameni verzieri e lo rese assai dilettevole con diversi canali d'acqua e peschiere». E proprio su questo plurale «peschiere» vorrei richiamare l'attenzione considerando che esso sembrerebbe avallare quanto sta accadendo oggi alla Zisa e cioè che essa avrà più peschiere. Sono già a buon punto i lavori di restauro dell'originario bacino sul quale si specchiava il palazzo e che dalla nicchia con l'aquila mosaicata tornerà a scorrere l'acqua che scivolerà nel shadirwan marmoreo, nelle canalette e nei piccoli bacini, un tempo ornati con pesci a mosaico. L' acqua, attraversando il vestibolo, si verserà sulla peschiera che un tempo circondava il piccolo padiglione che sorgeva al centro e al quale si accedeva attraverso un ponticello. Si riconfigurerà pertanto l'immagine descritta nel 1588 da Leandro Alberti che ispirò Rocco Lentini il quale nel 1935 dipinse una sua ideale ricostruzione della Zisa, pendant di quell'altro quadro del 1922 che raffigura la Cuba e la sua grande peschiera. La Zisa, dunque, avrà due peschiere poiché nel nuovo giardino, inaugurato da appena un anno, è stato riproposto un grande canale con peschiere, secondo il vecchio progetto dell'architetto Caronia cui si deve il restauro del palazzo. Ben pochi palermitani non hanno esultato di fronte a un'opera così volutamente impertinente rispetto all'idea dei giardini islamici di ascendenza persiana che circondavano palazzi e padiglioni palermitani da Maredolce alle due Cube, dalla Zisa all'Uscibene. Solo pochi addetti ai lavori hanno sottolineato l'incongruenza di tale intervento che al di là, non diciamo di una minima coerenza filologica, ma di ogni rispetto per il monumento, ha trasformato il contesto e l'accesso al palazzo in uno squallido spazio di cemento e materiali lapidei dove sparute aiole di verde e tanti lampioni sferici fanno da coreografia ai corpi bassi seicente-schi squarciati ad arco come gallerie autostradali. Si tratta di due spazi differenti sostiene l'architetto Matteo Scognamiglio responsabile della ricostruzione filologica dell'antica peschiera di cui ha conservato le malte idrauliche originarie e i muri perimetrali raccordando i livelli tra il piano di calpestio e i margini del bacino e con opportune siepi e labirinti verdi si ovvierà all' impatto non proprio felice con tutto il contesto del quartiere. Il giardino nuovo bisognerà dunque pensarlo come un'opera altra e sarà opportuno ripensare al verde e ad una alberatura più adeguata. Si tratta di una ipotesi che secondo Scognamiglioè sostenibile considerando il fatto che là dove prima era il nulla, ora, grazie a questo impianto di partenza c'è uno spazio fruibile. E se in futuro per altre ragioni o interessi a qualcuno venisse in mente di creare un'altra zona verde nelle aree adiacenti, quante altre peschiere si potrebbero ipotizzare, visto che nella cronaca di Romualdo il giardino della Zisa ne aveva molte? Ci si potrebbe chiedere, comunque, perché simili e dispendiosi interventi non possono essere coordinati e razionalmente adeguati alle esigenze della tutela e conservazione, della fruibilità e del turismo culturale che ha certo bisogno di una certa spettacolarità di richiamo ma non può ridursi a un esoso mercato della cultura che tradisce il senso e il significato del bene culturale che si vuole valorizzare. Su questo argomento cittadini e intellettuali non possono rimanere estranei: le scelte degli addetti ai lavori non possono ignorare che l'esigenza primaria della salvaguardia passa attraverso il consenso e il senso dell'appartenenza. I cittadini non hanno bisogno di spettacoli o di eventi ma di partecipazione alla vita culturale. Quando si inaugurò La Fontana Pretoria, giunta in città nel 1574, tutti i cittadini vi parteciparono e anzi, chiamarono Piazza della Vergogna quel luogo perché si scandalizzarono dello spettacolo delle nudità. Non sappiamo con quanta ironia o se fu vera vergogna; oggi di questo nuovo giardino «della vergogna» nessuno si è scandalizzato e soltanto pochi, ma con prudenza, hanno dichiarato il loro disappunto. Forse che come allora fingevano vergogna, oggi fingono invece orgoglio ed entusiasmo? Certo la società è cambiata e dai panormiti ai palermitani di oggi ci corre una bella differenza. Sarà forse perché l'estraneità nei confronti delle scelte politiche e una certa perdita della identità culturale ha reso indifferenti la maggior parte dei cittadini ormai abituati al degrado e alla spettacolarità che mette in scena il brutto e la volgarità e disconosce ogni altra cultura che non sia quella del facile guadagno? Forse, ci auguriamo, anche questa è solo apparenza perché, in verità molto è stato fatto e molto è cambiato. In questi giorni poi un importante convegno proprio sui giardini islamici richiama in città studiosi di molte università italiane e straniere e dunque, grazie alla nostra Università che ha organizzato queste giornate di studio, si riparla della cultura del riposo e del rapporto tra architettura e natura, tra arte ed economia, tra realtà e utopia. Si riparlerà dei giardini-paradiso che un tempo circondavano Palermo e che, anche se con qualche grave errore, i palermitani tentano di riproporre pur nel degrado ambientale e culturale entro cui continuano a vivere.
PALERMO: Un giardino della vergogna Intorno alla Zisa
La Zisa, un palazzo normanno a Palermo, è stato oggetto di un restauro che ha trasformato il suo giardino islamico in un'area di cemento e materiali lapidei con aiole di verde e lampioni. L'architetto Matteo Scognamiglio ha cercato di ripensare al verde e ad una alberatura più adeguata, ma la scelta è stata criticata per non essere coerente con il contesto storico e culturale del palazzo. La Zisa, come altri monumenti di Palermo, ha bisogno di una tutela e conservazione adeguata, ma anche di una fruibilità e di un turismo culturale che non riduca a un esoso mercato della cultura.
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Bene culturale
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