DOPO 55 anni di tentativi, finora vani, si pone rimedio ad una sorta di vergogna nazionale; dopo oltre mezzo secolo di lotte perdute e speranze deluse, la Capitale d'Italia avrà, finalmente, una Galleria nazionale d'Arte antica degna del nome, oltre che delle collezioni che Roma possiede, troppo a lungo confinate nei depositi; dopo 40 anni che è scaduta la convenzione in virtù della quale lo occupava, da lunedì prossimo il Circolo Ufficiali lascerà Palazzo Barberini: ne libererà, gradualmente ma inesorabilmente, 2.900 dei 3.600 metri quadrati monopolizzati finora, e sottratti appunto a una Galleria nazionale auspicata per la prima volta negli Anni 30 e decretata nel 1952 dal Parlamento repubblicano, e sull'uso dei restanti 700 metri deciderà un regolamento che i ministeri dei Beni culturali e della Difesa stipuleranno. A Natale, la "nuova" e ampliata Galleria nazionale aprirà già la prima sezione restaurata: dal Due al Quattrocento; nel 2007, le sale del Cinque e del primo Seicento; entro il 2009, tutto il resto, fino all'inizio dell'Ottocento. Ed ai dipinti già presenti, si uniranno anche i 700 Corsini, ora nella sede di via della Lungara: poco visitata, periferica e condivisa con l'Accademia dei Lincei. Il "nuovo" Palazzo Barberini, alla fine esporrà circa 550 opere, e potrà così rivaleggiare con altri grandi musei, d'Europa e del mondo. Per i militari, è già pronta, e del tutto allestita, la palazzina Savorgnan di Brazzà, nel medesimo complesso, che avrà un proprio accesso da via XX Settembre. Mentre lo spiega prima al Ministero poi in un sopralluogo che lo conduce fino agli affollati depositi dei dipinti, finora negletti per necessità e carenza di spazi, dove era la biblioteca del cardinal Francesco Barberini (1597-1679) -Francesco Rutelli il "Ministro che c'è riuscito", dopo che Giovanni Spadolini, ma particolarmente Alberto Ronchey, Antonio Paolucci e Walter Veltroni ci avevano provato (e combinato qualcosa), non ha nessuna voglia di dissimulare la gioia; e pensa anche ai tanti che, per quest'obiettivo, avevano intrapreso lotte e campagne, ed ora non ne vedono il traguardo: Federico Zeri, Antonio Cederna, altri ancora. Rutelli svela anche «quanto abbiamo voluto tenere riservato»: un accordo, siglato il 4 agosto con il ministro della Difesa, Arturo Parisi, che già fissava il 15 ottobre (una domenica!) come data per la "liberazione" del Palazzo dai militari; e chi conduce i lavori, conferma: «Da allora c'è stata una grande accelerazione». Ma lunedì la Palazzina Savorgnan sarà consegnata agli Ufficiali. L'incongruenza di feste da ballo e di nozze nelle sale votate alla Galleria cesserà: «Al massimo, occasioni di rilievo, funzioni d'alta rappresentanza», spiega Rutelli, e in una piccola parte del complesso; e il sottosegretario alla Difesa Marco Verzaschi (il ministro Parisi era a Beirut) annuisce. Claudio Strinati, il soprintendente, racconta: invece che 200, oltre 500 opere; i Caravaggio, feticcio del mondo dei visitatori, da tre diventano quattro: anche il San Giovanni Battista, di proprietà Corsini; e fin dalla prima tranche, nella "nuova" Galleria compariranno, del Beato Angelico, il Trittico dell'Ascensione, e di Filippo Lippi, una Madonna in trono, bellissima. Poi la storia di queste collezioni: i Barberini avevano 400 opere, il fascismo scioglie i vincoli della loro raccolta, partono Cristo tra i dottori di Dürer, la Santa Caterina d'Alessandria di Caravaggio, tanto altro, e ora, nel palazzo loro intitolato, ne restano 60 in tutto; parti delle raccolte Torlonia, Odescalchi, Chigi, di nuovo visibili. Un balletto di reciproci "grazie": Verzaschi si ricorda che «questo era un vecchio pallino di Rutelli, già quand'era sindaco», e Rutelli che «da ministro, Veltroni ha fatto molto». Poi aggiunge, icastico: «S'avvera un sogno», spiega, e i rappresentanti della Difesa presenti con o senza le mostrine sono d'accordo, che «il Circolo Ufficiali, nella Palazzina Savorgnan, sarà tra i più belli al mondo»; rende onore alla «collaborazione tra i nostri due Ministeri»; parla di «un debito antico»; garantisce che «i 12 milioni di euro per i restauri ci sono: dal Lotto ed altri fondi ministeriali»; mostra un "cronoprogramma"; dice che, alla fine, la parte espositiva sarà di quasi 10 mila metri quadrati: «Simile a Palazzo Pitti di Firenze». Così rinasce a nuova e vera vita l'edificio costruito dal 1625 al 1633 da Carlo Maderno e poi da Gian Lorenzo Bernini con la supervisione di Francesco Borromini, per la famiglia di Papa Urbano VIII (quello «dalla barba bella» che, «finito il Giubileo, impone la gabella», spiegava Pasquino), dove, dal 1934 in affitto, gli Ufficiali avevano il loro Circolo, e che lo Stato acquista nel 1949 come sede della Galleria nazionale d'Arte antica che alla Capitale ancora mancava. «La più completa rappresentazione del caravaggismo, e del Barocco, il famoso Barocco romano», dettaglia Strinati: le collezioni sono formidabili, passare tra tanti dipinti nei depositi fa ancora male. Per fortuna, un male passeggero, ormai davvero dopo decenni di stop and go d'imminente guarigione. La Fornarina di Raffello, Giuditta e Oloferne di Caravaggio, il mirabile primo soffitto del Barocco, di Pietro da Cortona, tra breve si sentiranno meno negletti e soli; li raggiungerà, dalla quadreria Corsini, anche il San Sebastiano di Rubens, giusto per citare pochi capolavori. «E' un caso di immobilismo culturale e mentale; ancora non si riesce a sfrattare il Circolo Ufficiali da Palazzo Barberini. comprato dallo Stato negli Anni 50! Allora si capisce come possano venire delle tentazioni liberticide», diceva Federico Zeri, in una delle ultime interviste prima di andarsene. Erano otto anni fa. Allora, un presentàt-arm agli Ufficiali, perché finalmente se ne vanno.