De Caro: «C'è uno stretto legame tra l'Egitto e le nostre terre» Una mostra per richiamare pagine di storia, una mostra che s'annuncia ricca di interesse: perché l'Egitto, e quali i motivi per mettere in rilievo i legami con Napoli, la Campania? Nessuno meglio di Stefano De Caro, ex soprintendente archeologico e attualmente direttore regionale dei Beni culturali può illustrare questo importante appuntamento, di cui peraltro è il curatore. Allora, quali sono le ragioni della mostra? «Al di là del titolo à la page, un po' vago, allusivo ai misteri egiziani, questa mostra, che nasce dalla collaborazione, ormai stabile da molti anni, tra le Soprintendenze archeologiche di Napoli e Pompei, potrebbe chiamarsi anche più semplicemente "Iside e l'antico Egitto in Campania". Essa nasce dal lavoro, duplice, che si sta svolgendo da molti anni sulle collezioni del Museo Nazionale e sul territorio. Tutto cominciò molti anni fa, quando dopo l'allestimento della nuova presentazione della collezione egiziana del Museo - è la seconda in Italia dopo quella del Museo Egizio di Torino - ci si rese conto che era ormai necessario recuperare e valorizzare anche i materiali di un famosissimo monumento, il tempio di Iside di Pompei, che erano stati smembrati nel Museo tra categorie diverse (pitture, sculture, epigrafi, etc), sì che si era persa la visione dell'insieme del monumento». I contatti tra Napoli, la Campania, l'Egitto: a quando risalgono, furono solo commerciali, o anche culturali e religiosi? «Il taglio regionale della mostra non sembri riduttivo, perché la Campania costituisce da sola una delle grandi aree di documentazione sul tema dell'Egitto in Occidente. Le origini dei contatti Egitto-Campania sono antiche quanto la nascita stessa della Magna Grecia. Esse si collocano infatti, stando ai dati attualmente in nostro possesso, nell'VIII secolo a. C. I contatti, ovviamente, non furono solo commerciali. Sul piano culturale, la buona conoscenza che della Campania si aveva nella cerchia del Museo e della Grande Biblioteca di Alessandria traspare ad esempio da un accenno che il poeta alessandrino Licofrone fa della via Herculanea di Baia». Che cosa resta di quel periodo, miti, monumenti, testimonianze museali? «La testimonianza più importante in Campania di questo fenomeno è senza dubbio il tempio di Iside a Pompei, giuntoci praticamente intatto e fresco nel suo aspetto da poco rinnovato prima dell'eruzione vesuviana del 79 d. C. Le numerose testimonianze dai Campi Flegrei sono soprattutto concentrate nei Musei, essendo falsa, com'è noto l'identifcazione del cosiddetto Serapeo di Pozzuoli, in realtà un mercato (macellum); di recente è venuto in luce tuttavia a Cuma un piccolo sacello, forse parte di una villa senatoria sulla spiaggia sotto l'acropoli. Prevalentemente museali sono anche le tstimonianze di Sorrento, Avella, Acerra, Capua, Carinola. Ma forse il monumento più famoso della Campania è una statua, quella del Nilo, largamente rifatta nel Settecento, nella omonima piazzetta del centro storico napoletano. Essa infatti sta lì a ricordarci la presenza, e forse la posizione, di quel quartiere degli Alessandrini che le fonti medievali ricordano come esistente in città».
Una mostra nel segno della storia
Stefano De Caro, ex soprintendente archeologico e attuale direttore regionale dei Beni culturali, ha curato una mostra sul legame tra l'Egitto e la Campania. La mostra, intitolata "Iside e l'antico Egitto in Campania", nasce dalla collaborazione tra le Soprintendenze archeologiche di Napoli e Pompei. La mostra si concentra sulle collezioni del Museo Nazionale e sul territorio della Campania, e cerca di recuperare e valorizzare i materiali del tempio di Iside di Pompei, smembrati nel Museo. Le origini dei contatti Egitto-Campania risalgono all'VIII secolo a.C. e furono sia commerciali che culturali e religiosi.
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