Di fronte alla statua del Nilo la devozione egizia per la dea Iside «Dirimpetto a questo monumento io suppongo che vi sia stato un tempio, che gli Alessandrini dedicarono ad Iside. E con ragione si può presumere che nel pronao si vedessero molte tabelle votive, che attestavano le grazie ricevute dal Nume». Davanti alla porta del tempio se ne stava seduto un gruppo di donne vestite di bianco, che «cantavano le lodi della Dea salutare, e si trascinavano carponi con la faccia sul pavimento del tempio quelle che pregavano per la salute dei loro cari». A ricostruire questa scena quotidiana di devozione egizia nella Napoli greco-romana è lo storico Bartolommeo Capasso, e il «monumento» davanti al quale sarebbe sorto il tempio di Iside è naturalmente la statua di piazzetta Nilo raffigurante la divinità fluviale, testimonianza di un' antica colonia di egiziani nel cuore della città. Si trattava di mercanti, marinai e atleti alessandrini (vico degli Alessandrini era il nome di una strada adiacente, identificabile con via Mezzocannone, secondo Capasso, o via Nilo secondo altre fonti) che per le loro attività professionali frequentavano Neapolis e che dovettero aumentare di numero ai tempi di Nerone, se è vero che l'imperatore era solito chiamarli come claque per le sue esibizioni teatrali in città. La colonia s'insediò nella Regio Nilensis, nella zona circoscritta tra il decumano maggiore (via dei Tribunali) e quello inferiore (via San Biagio dei Librai) e chiusa da vico San Domenico a ovest e dalla zona del monastero di San Gregorio Armeno a est. Qui si dedicò al culto della dea Iside, come testimoniano i simulacri della divinità ritrovati in quest'area napoletana (una scultura del II secolo d.C. è custodita al Museo Archeologico) e la scoperta, in una casa in via Pignatelli, di un piedistallo di una statua di Apollo-Horos-Arpocrate contenente un'epigrafe dedicata a Iside, che doveva trovarsi verosimilmente all'interno di un tempio iseo. Quello stesso tempio che Capasso ipotizza a piazzetta Nilo e immagina popolato di fedeli adoranti, con are sacrificali e ai lati e dietro «le stanze per l'abitazione dei sacerdoti, il bagno per l'oblazione preventiva e la sala delle iniziazioni». L'ipotesi di Capasso, seppure non confermata da basi scientifiche, è assai probabile, soprattutto perché nel 1891 furono ritrovati, proprio nell'area del Corpo di Napoli, a 10 metri nel sottosuolo di Palazzo Pennese, dei «muri fatti di grossi quadroni di tufo», gli stessi adoperati in città per la fondazioni del tempio di Castore e Polluce, e dunque probabile fondamenta anche del tempio di Iside. Ma il culto di Iside si diffuse anche al di fuori dei confini della Regio Nilensis, propagandosi in altre zone di Neapolis, come l'area della Sellarla (l'attuale quartiere Pendino) e Posillipo. Da qui, in particolare provengono una statua acefala del tipo Pelagia (conservata al Museo di Belle Arti di Budapest), un'iscrizione e un naoforo in basalto recuperato nel Palazzo degli Spiriti a Marechiaro. Segno che qui, sul mare di Posillipo, la dea «dai diecimila nomi» veniva invocata con quello di «salvatrice di marinai».