Lo sfogo di Ronchey nel '93: fu più facile andare sulla Luna ROMA «La corsa alla Luna cominciò con lo Sputnik nel '57 e finì nel '69 con lo sbarco: dodici anni. E noi dal 1949 non abbiamo ancora risolto un nodo vitale per il patrimonio culturale». Lo sfogo di Alberto Ronchey, ministro per i Beni culturali dall'aprile 1992 al marzo 1994 nei governi Amato e Ciampi, risale all'ottobre 1993. In quel periodo, ricorda Ronchey, a Parigi nasceva il Grande Louvre, col trasferimento del ministero delle Finanze e Madrid si dotava del Grande Prado. Roma non riusciva ad aprire la Galleria nazionale di Arte antica a palazzo Barberini a causa del potente inquilino: il Circolo ufficiali. Francesco Rutelli ha finalmente chiuso il cerchio e ha lealmente riconosciuto a Ronchey l'apertura del vero nuovo capitolo di questa italianissima vicenda che comincia nel 1934, quando il Circolo affitta una parte del palazzo dai Barberini. Lo stabile passa allo Stato nel 1949. Risale al 1952 una risoluzione parlamentare che «impegna il Governo a sgombrare il palazzo». Ma nel 1953 la Difesa strappa una convenzione che assicura altri dodici anni di affitto. Scaduto il contratto, nel 1965 comincia il braccio di ferro in mezzo a mille polemiche culturali. Il primo autentico tentativo è quello di Giovanni Spadolini, primo ministro per i Beni culturali nel 1974, ma senza risultati concreti. Per una vera novità bisogna arrivare al 28 ottobre 1992 quando Ronchey (che scopre una cessione dei locali «a titolo gratuito» da parte dell'Intendenza di Finanza alla Difesa per il Circolo nel 1991) esercita il diritto di prelazione sulla villa Blanc di via Nomentana, immaginata come nuova sede del Circolo. La scelta gli costa un avviso di garanzia (ma tutto finirà con un'archiviazione nel novembre 1994). E i militari resistono. Soprattutto restano. Comincia un'altra trattativa con la Difesa, si propone la Casina delle Rose a villa Borghese, con un verbale di accordo il 4 marzo 1993 (e Ronchey firma un coraggioso sfratto «per abusivismo» al Circolo). Antonio Cederna esulta («grande vittoria»). Poi arrivano i governi Berlusconi e Dini. E il Circolo resta dov'è, nello stupore dei turisti stranieri che si chiedono come l'Italia lasci visitare il Narciso di Caravaggio tra odori di fritti di pesce e grida di «viva gli sposi!». Solo il gennaio 1997 la nuova spallata: l'intesa tra il ministro per i Beni culturali Walter Veltroni e il suo collega della Difesa Beniamino Andreatta. Via il Circolo da palazzo Barberini, ufficiali a palazzo Savorgnan di Brazzà. Ma i governi si alternano, il Circolo non si muove. Nel maggio 2005 la Difesa scopre le carte: Antonio Martino chiede al suo collega Rocco Buttiglione (Beni culturali) una «radicale modifica» dell'intesa del 1997. Che in parte arriva: conferma del trasferimento del circolo ma concessione dei 700 metri quadrati del piano nobile. E finalmente siamo al 4 agosto scorso, al protocollo Rutelli-Pisanu, allo sveltimento del trasloco, al chiarimento che i 700 metri saranno usati «unicamente per ragioni di alta rappresentanza da parte del ministro». Mai più odori di fritto, insomma. Mai più battesimi, matrimoni, cresime. Ed è in vista un ulteriore verbale per affrontare definitivamente i termini di quell'«uso». Un risultato è sicuro, ora nasce la Galleria nazionale di arte antica. E così come la riapertura del museo Borghese segnò in buona parte il dicastero Veltroni, lo stesso può accadere con Rutelli e l'operazione palazzo Barberini. Un conto saldato dopo mezzo secolo.