Essere collezionista è un privilegio, ma anche una responsabilità: chi dispone di una collezione privata non è proprietario ma custode di opere, e ha il dovere di lasciarle godere anche agli altri. Claudia Gian Ferrari, storica dell'arte, gallerista, appassionata conoscitrice e collezionista, è sempre stata coerente con questo assunto, in cui crede a tal punto da aver donato la sua raccolta personale al Fai, il Fondo Ambiente Italiano. Quarantaquattro pezzi tra dipinti e sculture del Novecento italiano di altissima qualità, con alcuni autentici capolavori: da Boccioni fino a Fausto Pirandello, attraverso Sironi, Carrà, Morandi, De Pisis, Funi, Wildt. La donazione troverà una sede espositiva stabile a Casa Necchi Campiglio, in via Mozart, proprietà milanese del Fai in via di ristrutturazione: una raffinata architettura degli anni Trenta progettata da Piero Portaluppi, il contesto perfetto. Nell'attesa, per qualche mese la raccolta sarà interamente visibile in un'altra dimora Fai, la settecentesca Villa Panza, a Varese, grazie a una rassegna che inaugura oggi, curata dalla stessa Gian Ferrari con Antonello Negri e coordinata da Anna Bernardini. «Purtroppo a Milano non esiste ancora un Museo del Novecento né d'Arte Contemporanea rimpiange Claudia Gian Ferrari, spiegando il motivo che l'ha spinta a rivolgersi a un ente privato . Mi spaventava l'idea che i miei dipinti e le mie sculture finissero per anni in un deposito». Dipinti e sculture che la gallerista ama di un amore quasi fisico, selezionati a uno a uno mai per ragioni di mercato, ma perché, come dice lei stessa, «è scattata la scintilla». Scelte del cuore, del desiderio, dell'istinto: «Ci sono quadri che, quando li incontri, sai che devi tenere. Magari vendendone altri di gran valore o di grandi nomi, che tuttavia non hanno la stessa sintonia con il tuo gusto e la tua sensibilità spiega la donatrice . Una collezione rappresenta la storia, le conoscenze, le passioni, le frequentazioni di chi l'ha creata: è un percorso dell'anima». Da un vero innamoramento nacque, ad esempio, l'acquisto dell'«Oreste ed Elettra» di de Chirico, opera del 1923: il proprietario glielo aveva affidato da vendere a caro prezzo, lei non è stata più capace di separarsene e l'ha comprato alla cifra richiesta. Ne valeva la pena: è un dipinto d'eccezione, tragico e misurato al tempo stesso. Così come straordinaria è la celebre «Amante morta», gesso policromo del 1921 di Arturo Martini, ritrovata in uno scantinato: una delle opere «preferite», se così si può dire, da Claudia, che racconta: «Quando l'ho vista la prima volta mi sono inginocchiata e l'ho accarezzata, commossa». Ogni pezzo della raccolta ha una sua storia: il nucleo iniziale deriva dall'eredità paterna, quella dello storico gallerista milanese Ettore Gian Ferrari, ma la maggior parte è stata acquistata dalla figlia, che dedica ora la donazione a entrambi i genitori. Anche la madre Alba, infatti, è «presente» in mostra: ritratta da suo padre, lo scultore Timo Bortolotti, nel gesto di cantare. Un busto in terracotta scoperto per caso nascosto in un sottoscala: perché l'arte, come crede Claudia, è sempre rivelazione ed emozione grandissima. «CAPOLAVORI DEL NOVECENTO ITALIANO DALLA COLLEZIONE GIAN FERRARI AL FAI», apertura al pubblico oggi alle ore 15. Fino al 18 febbraio 2007, scuderie di Villa Panza, Varese (mart.-dom., ore 10-18), ingresso 105 compresa villa e collezioni permanenti, catalogo Skira, tel. 0332.28.39.60