Fondiamo fondazioni, sganciamo i grandi musei dalle soprintendenze, liberiamoli dalle pastoie burocratiche, affidiamoli a soggetti giuridici sottoposti a logiche privatistiche unendo le forze dello Stato, degli enti locali, delle Regioni, delle fondazioni bancarie e altri: sembra questa, a molti, la via per salvare le più affascinanti, e soprattutto più frequentate, mete d'arte in Italia. Istituire fondazioni per luoghi come gli Uffizi, la Galleria Borghese, Capodimonte è un'idea che suscita l'interesse di enti locali e Regioni, trova favorevoli e detrattori al di là degli schieramenti politici, preoccupa i sindacati confederali per i risvolti sul personale. E incontra molte difficoltà di percorso. Il ministero per i Beni e le attività culturali sta pensando a fondazioni per gli Uffizi a Firenze, la Galleria Borghese di Roma, il Museo dì Capodimonte a Napoli, l'Accademia di Venezia, e l'attuale soprintendenza archeologica della capitale (gli attuali poli museali trascurati dalla riforma del ministero). Formati da Stato, enti locali, Regioni, fondazioni bancarie, questi organismi avranno in gestione il museo per 99 anni e dovranno occuparsi della valorizzazitone e dei bilanci. Il ministero conserva la tutela ma non la quota di maggioranza nel consiglio d'amministrazione riservandosi una golden share per decidere in casi particolari. «In verità - puntualizza Roberto Cecchi, direttore generale per i beni architettonici e il paesaggio - non è detto che si voglia mantenere lo Stato in minoranza, non è stato deciso. La golden share è un'ipotesi». Inoltre la maggioranza resta pubblica se si sommano le quote degli enti locali e delle Regioni a quella ministeriale. Al direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis, intervenuto a un convegno romano, risulta però «inconcepibile», perfino secondo una logica meramente aziendalistica, che lo Stato decida di mettersi in minoranza quando con il museo e le sue opere detiene il 90 del patrimonio della fondazione stessa. Al momento, come modello già avviato, c'è la fondazione del Museo egizio di Torino (quella delle navi romane rinvenute a Pisa è ancora di là da venire): vede come soci il ministero, la Regione Piemonte, la Provincia e il Comune, la Compagnia San Paolo e la Fondazione Crt, non esclude l'ingresso di altri soggetti pubblici e privati, deve occuparsi della gestione del museo, dell'ampliamento degli spazi espositivi, mentre la parte culturale deve restare alla soprintendenza. «Un modello che indica la strada ad altri musei» ha dichiarato il ministro Giuliano Urbani alla firma dell'accordo a dicembre. Lo statuto però è all'ennesima fase di revisione. «Il problema - osserva Elvira D'Amicone, direttore per l'egittologia e membro della Cgil-Rsu dell'Egizio - è che finora si ignora l'esperienza concreta del museo, la voce di chi lo conosce. Come e cosa ristrutturare? Mi sembra si proceda in modo molto astratto, guardando ai musei stranieri senza verificare qui». D'Amicone ritiene che il potere decisionale e il controllo devono restare statali, che lo Stato debba essere maggioranza e non minoranza nel cda «visto quanto possono dare in proporzione Regione, Provincia e Comune o le fondazioni bancarie. Sembra che lo Stato voglia liberarsi di qualcosa per recuperare non si sa «cosa, mentre i privati non possono annoverare alcun patrimonio di efficienza se non con i soldi pubblici». All'ordine del giorno della settima commissione del Senato c'è la proposta di legge per una fondazione degli Uffizi avanzata dal senatore fiorentino Stefano Passigli, Ds. L'idea, conferma il parlamentare, è ben accettata da Urbani, si cerca semplicemente la via più breve per attuarla. «Tre soci, Stato, Regione e Comune, entro sei mesi dalla nascita della Fondazione elaborano uno statuto per decidere quali altri soci cooptare, pubblici e privati, e in che rapporto. L'importante è rinviare allo statuto le questioni che tengono inchiodati e creare entro l'anno la Fondazione in modo che diventi "stazione appaltante". Altrimenti i 34 milioni di euro per i lavori per i Nuovi Uffizi dal 1 gennaio tornano al ministero dell'Economia ed è una pia illusione sperare che il ministro Tremonti li riassegni». Restano allo Stato la tutela, con possibilità di veto «su certe modalità di gestione», ad esempio sul prestito di opere, il restauro. Invece la gestione del museo (come il lasciare o meno un'opera nei depositi), naturalmente il marketing e il merchandising, spettano alla Fondazione. A maggioranza pubblica «intendendo la somma degli enti», chiarisce il senatore. Un obiettivo è reinvestire negli Uffizi i soldi che entrano in Galleria. Il personale? «Chi è dipendente pubblico o da precario viene regolarizzato, resta tale, gli altri saranno assunti dalla fondazione», spiega Passigli. Il quale ha voluto rimandare allo statuto dettagli cruciali sia per i tempi che stringono, sia perché sa che questo può essere un esempio per altre città dove il modello può variare. Il soprintendente del polo museale fiorentino Antonio Paoluccì si è pubblicamente detto perplesso. Per la Reggia di Caserta un'intesa tra Stato e Regione quando era ministro Giovanna Melandri contemplava, oltre a forti finanziamenti, la possibilità di una gestione sperimentale tra ministero, amministrazioni regionale e comunale. La prospettiva, mai tramontata, ha risvegliato l'interesse di Italia Nostra. Franco Canestrini, vicepresidente dell'associazione: «È un caso emblematico della confusione con cui si parla di fondazioni: emblematico perché non si sono risolti i problemi già posti dall'Unesco per la mancanza di una gestione unitaria e culturale del complesso con l'aeronautica militare che occupa ancora quasi l'80 della superficie. Il problema però è più vasto». Ovvero? «Sono scettico verso le fondazioni. Non penso che con i beni culturali si guadagni e non credo ci siano privati disposti a investire senza ricavare alcun utile».
Da Museo a Fondazione, metamorfosi a rischio
Il ministero per i Beni e le attività culturali sta considerando la creazione di fondazioni per alcuni dei più importanti musei italiani, come gli Uffizi a Firenze, la Galleria Borghese a Roma, il Museo dì Capodimonte a Napoli e l'Accademia di Venezia. Queste fondazioni avrebbero il compito di gestire i musei e di valorizzare il patrimonio culturale italiano. Il modello prevede che le fondazioni siano composte da Stato, enti locali, Regioni, fondazioni bancarie e altri soggetti, e che abbiano un'organizzazione aziendalistica. Il ministero conserva la tutela del patrimonio culturale, ma non la quota di maggioranza nel consiglio d'amministrazione.
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