Il regista: «Ho accettato questa sfida solo a patto che la mia fantasia potesse scatenarsi. La politica deve interessarsi davvero alle sorti dei teatri e non solo quando ci sono delle nomine da fare» Mancano i soldi: i teatri lirici lo dicono da tempo. Cosa fare? Il Regio di Torino si è inventato una Turandot "nuda": niente scene e niente costumi per l'opera di Puccini che questa sera apre la nuova stagione lirica torinese. Sul palco niente Cina da favola, ma solo carrelli elevatori, sedie prese in prestito dalla buca dell'orchestra, scale di servizio, fari. Frac e abito da sera per José Cura (Calaf), Luana De Voi (Turandot), Carmen Giannattasio (Liti) e tute nere per il coro. La provocazione voluta dal Regio per denunciare i tagli statali alla cultura è stata raccolta da Luca Ronconi che ha ideato una regia «fatta solo con il materiale che ho trovato nel perimetro del teatro» come ci racconta nel suo camerino, una manciata di minuti prima dell'inizio della prova generale. Ronconi, perché un grande regista ha ancora voglia di accettare sfide che sembrano ingabbiare la fantasia di un artista? «Proprio perché la fantasia poteva scatenarsi liberamente. Il primo giorno di prove non sapevo proprio cosa fare: la cosa più piacevole è stata l'improvvisazione, trovare soluzioni spettacolari sfruttando tutte le potenzialità del palcoscenico del Regio. Anche per questo non ho vissuto Turandot come una sfida: parlando di sfida pensi subito a un condizionamento, qui, invece, la mancanza di mezzi è stato un elemento di stimolo. E poi, visti i miei rapporti con Torino - il progetto Domani con i cinque spettacoli per le Olimpiadi invernali, gli anni alla guida del Teatro stabile e questa che è la mia decima regia lirica per il Regio - mi è sembrato doveroso, in un momento di difficoltà, mettermi a disposizione del teatro. Tanto più che il mio impegno per Turandot era fissato da tempo, prima dell'idea di fare uno spettacolo senza scene e costumi». Avremmo dovuto vedere un'altra «Turandot», allora? «Nello spettacolo, ideato con la scenografa Margherita Palli, avrei voluto far emergere una contrapposizione tra la Cina esotica e quella occidentalizzata. Occidentalizzata non voleva dire, però, raccontare un Paese che segue l'Occidente, ma mettere in scena la Cina che noi europei vediamo: avevo pensato a un allestimento molto visionario dove il coro girava in bicicletta, come ci capita di vedere in molti film sull'Oriente, mentre il palazzo di Turandot era sospeso in aria, dipinto con tutti quegli elementi esotici che ci vengono in mente quando pensiamo al Paese asiatico. Un'idea andata in archivio». Invece cosa è nato? «Uno spettacolo con un suo sviluppo, con una sua coerenza e con quel tanto di provocatorio che un'operazione del genere non poteva non avere. E mi sono accorto che in questa veste prende più forza qual po' di cattivo, di perverso e di patologico che Puccini ha messo nella sua opera. Mi piace pensare a questa Turandot come ad un esperimento: una sfida deve riuscire per forza altrimenti ne esci sconfitto, un esperimento può anche fallire. Certo, avendoci creduto, mi auguro che piaccia al pubblico». Il Regio ha voluto lanciare ancora una volta un sos per i troppi tagli ai fondi destinati alla cultura. Qual è la sua posizione? «In un sistema come quello dello spettacolo italiano, dove il rapporto con il potere politico è forte e dove in alcuni teatri - penso a quelli lirici, ma anche a quelli di prosa - le nomine della dirigenza sono sempre fatte politicamente, occorra un'assunzione di responsabilità da parte della politica stessa: non basta mettere i propri uomini e poi abbandonare i teatri al loro destino. Un conto è che la politica si affidi al libero mercato, ma da noi non è così, specie per le cose istituzionalizzate: se vuoi mettere il becco devi mettere anche i soldi, altrimenti si lascia piena autonomia di scelte, di nomine e di recupero dei fondi». Se l'esperimento torinese funzionerà potrà essere questa la strada per la lirica di domani? «La Turandot di Torino è una forma di protesta, ma è anche un'indicazione che nell'emergenza si può fare teatro in questo modo: parlo di emergenza, però, perché l'auspicio è che non diventi un'abitudine. L'opera è musica, ma anche spettacolo: proporre melodrammi solo in forma semiscenica sarebbe privare la lirica del 50 delle sue potenzialità». La «Turandot» "nuda", allora, sarà un caso isolato? «Per quel che mi riguarda sì: non ripeterò l'esperimento, anche se mi è stato già offerto il bis in altri teatri». Cosa farà, allora, in campo lirico? «Per ora nulla. Con Riccardo Muti avremmo dovuto riproporre alla Scala l'Orfeo di Gluck che nel 1967 mettemmo in scena a Firenze. Ma tutto è saltato per le note vicende scaligere». LA PROVA Funziona la versione «povera» dell'opera Una sarta gli infila il frac. Mancano pochi minuti all'inizio della prova generale e Josè Cura, concentratissimo, la butta lì: «Per me è questa la vera prima». Dopo tre ore il tenore tira un sospiro di sollievo davanti al pubblico che in piedi applaude la sua grande prova. Ha anche quella altrettanto convincente del direttore, il cinese Lii Jia. E applaude soprattutto la regia senza scene e costumi di Luca Ronconi. La «Turandot» "nuda" funziona: un esperimento, certo, ma che da punti a tante brutte regie cui siamo abituati. Ronconi ha usato solo materiale presente in palco, riuscendo a creare effetti mozzafiato con i personaggi continuamente proiettati in altro dai carrelli elevatori. La musica non ne risente e quella raccontata da Puccini diventa una favola nera che evoca un mondo malato dove l'eroe Calaf più che dall'amore è mosso dalla sete di potere.
Incontro col regista. Ronconi: sfido i tagli alla lirica con una Turandot senza scene
Il regista Luca Ronconi ha creato una versione "nuda" di Turandot al Regio di Torino, senza scene e costumi. L'opera è stata ideata per denunciare i tagli statali alla cultura e per stimolare la fantasia del regista. La regia è stata realizzata utilizzando solo materiale presente nel palcoscenico, come carrelli elevatori e sedie prese in prestito. La musica di Puccini è stata raccontata in modo diverso, con un'atmosfera più oscura e malata. La prova generale è stata molto apprezzata dal pubblico e dal direttore Lii Jia. La Turandot "nuda" è stata considerata un esperimento che funziona, ma che potrebbe non essere ripetuto.
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