La cultura può aiutare le imprese a superare la crisi in corso e a riconquistare posizioni di leadership. Un'utopia? Non a Glasgow, una città che ha saputo fare della cultura e della creatività il motore della propria trasformazione economica e sociale. Il caso della città scozzese è stato esaminato a Milano nel corso della prima riunione del Comitato Scientifico dell'Osservatorio Impresa e Cultura. "Capire per agire" è la linea programmatica di questo think tank multidisciplinare composto da ricercatori internazionali esperti in economia della cultura, arte, scienza, sociologia, psicologia, urbanistica, politiche culturali. Nel 2002 il tema conduttore dell'Osservatorio era stato la defiscalizzazione dell'investimento culturale in Italia con un'analisi della normativa degli altri Paesi avanzati. Per il 2003, in un momento di allarme per il declino industriale del nostro Paese, il focus dell'attività è concentrato su "Competitivita e Cultura". Il pericolo ricorrente anche fuori dal nostro Paese è che progetti creativi di gestione della cosa pubblica vengono da meccanismi di controllo che ne congelano la vitalità. Questo a conferma di come il gene della creatività, per essere produttivo, richieda disponibilità culturale e tempi di assimilazione spesso in contrasto con la velocità frenetica della nostra vita. Esistono soluzioni in proposito? Una risposta viene appunto da Glasgow. La chiave del successo scozzese come sottolinea Christine Hamilton del Centre for Cultural Policy Research della University of Glasgow è da ricercare nel circolo virtuoso di relazioni instauratosi tra pubblico e privato. Circa 350 le imprese che hanno sostenuto gli eventi di "Glasgow - Città della Cultura 1990" con un investimento pari a 6.1 milioni di sterline. Da parte sua la pubblica amministrazione ha incluso fin dall'inizio la comunità economica in tutti i comitati incaricati di sviluppare e sovrintendere il progetto, rendendola direttamente e socialmente responsabile del cambiamento in atto. Va ricordato che in quegli anni Glasgow stava attraversando una fase di profonda stagnazione: alto il tasso di disoccupazione e lente le politiche di evoluzione del comparto produttivo ancora legato a logiche da "old economy". Le imprese e la comunità locale vedevano dunque in "Glasgow 1990" un'occasione da non perdere per costruire un futuro migliore. Non si sono sbagliate: nel decennio 1991-2001 il tasso di disoccupazione a Glasgow è calato più rapidamente che nel resto della Scozia, il settore dei servizi è cresciuto del 38 e oggi occupa l'84 della forza lavoro totale. Ma che ruolo ha giocato la cultura in questa trasformazione? Innanzitutto è stata decisiva per il riposizionamento della città: non più grigio e polveroso agglomerato di fabbriche ma centro vivace e "di tendenza". Conseguenza di questo rinnovamento è stato l'avvio di un'intensa attività turistica prima totalmente assente. Non solo, il forte coinvolgimento delle aziende al progetto fin dalla fase iniziale ha fatto sì che si creassero le condizioni ideali perché il mondo della cultura potesse trasferire la sua capacità creativa a quello delle imprese. Creatività che queste ultime hanno poi saputo tradurre in innovazione sul fronte produttivo, distributivo o gestionale. Si tratta ovviamente di risultati raggiungibili nel medio-lungo termine, spesso difficilmente misurabili secondo parametri classici. In ogni caso Glasgow è un esempio lampante di come gli investimenti culturali attuati sulla base di una biunivoca e sistematica collaborazione pubblico-privato possano contribuire a cambiare il volto di un territorio. Inutile dire che sarebbe utopistico pensare di ottenere gli stessi risultati in altri contesti applicando pari pari questo modello. È tuttavia confortante sapere che non si tratta dì un caso isolato, quanto piuttosto di una successione di felici esperienze. L'impegno dell'Osservatorio sta proprio nell'estrapolare i fattori che ne hanno determinato il successo e verificarne riproducibilità e fattibilità in Italia.