A SFOGLIARE certi vecchi giornali degli anni Quaranta e Cinquanta, aperti sui tavoli della Sala periodici, resta ancora attaccata alle dita una polvere secca e leggera. E' fango di quarant'anni fa, il relitto di quello che il 4 novembre del 1966 travolse i sotterranei, l'ammezzato e il piano terra della Biblioteca Nazionale di Firenze. Nonostante i lavaggi e i restauri, quel liofilizzato del disastro continua ad affiorare, come un passato che non passa. Certo, molto da allora è stato fatto, l'emergenza è finita da decenni insieme all'ondata di solidarietà internazionale che la accompagnò. Però la polvere C'è ancora: tra le pieghe di quello che resta da fare, negli ingranaggi della burocrazia, nella fatica del ritorno alla normalità. «Ci vorranno trent'anni», fu il primo commento di Ivaldo Baglioni, il custode della Biblioteca, di fronte alla catastrofe. Era la mattina del 5 novembre: lui e il direttore Emanuele Casamassima ci avevano messo un giorno intero a raggiungere piazza Cavalleggeri dall'Oltrarno. Quando entrarono, si trovarono dentro un'immensa centrifuga che aveva appena smesso di girare. L'acqua e il fango avevano distrutto le attrezzature tecniche, chilometri di scaffalature, gli infissi di porte e finestre, schedari e armadi. I libri galleggiavano nei sotterranei e nel vicino chiostro di Santa Croce, i pacchi dei giornali erano piccoli golem informi. Il gennaio dell'anno dopo, Casamassima avrebbe tradotto in numeri quell'apocalisse al momento senza nome: 300 mila volumi alluvionati, 20 mila giornali e 10 mila riviste, 400 mila miscellanee tra antiche e moderne, senza contare le carte geografiche, le stampe, le tesi francesi e tedesche e la collezione dei manifesti. In tutto facevano 1.200.000 unità bibliografiche, un terzo dell'intero patrimonio della Biblioteca. «Ci vorranno trent'anni» aveva detto Baglioni quando di tutto questo non si sapeva ancora niente. Sembrava un'esagerazione, invece era una stima approssimata per difetto. Però in quei giorni, e nei mesi che seguirono, nessuno ebbe tempo per pensarci. Non ci pensavano gli angeli del fango e i dipendenti della Biblioteca che in poco più di un mese tirarono fuori dai magazzini alluvionati 3mila tonnellate di opere, smistate in luoghi sicuri per essere pulite e asciugate. E non ripensavano i 120 dipendenti della CoopLAT a cui fu affidato il restauro: fino al giorno prima erano facchini e pulitori, in pochi mesi impararono un mestiere nuovo sotto la guida di un pool di esperti arrivati da tutto il mondo, soprattutto dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti. All'inizio lavorarono al Forte Belvedere e alla Centrale termica delle Ferrovie dello Stato, dove erano disponibili vasche e acqua calda per il lavaggio delle carte, ma nell'aprile del '67 il laboratorio fu reintegrato nell'edificio di piazza Cavalleggeri. «Il Centro restauro nacque così, sull'onda di un'emergenza imprevista e imprevedibile. E insieme al centro nacque una concezione nuova di restauro, che da lavoro di bottega si trasformò in processo quasi industriale, fatto di rapidità, funzionalità e rigore filologico», dice Gisella Guasti, l'attuale direttrice del Laboratorio di restauro della Nazionale, che ha ereditato la competenza, l'energia e l'entusiasmo dei suoi predecessori, ma non le forze a disposizione. «Nel 1972 lavoravano al Centro 122 persone tra operai e impiegati. Nel '76, quando i dipendenti della CoopLAT sono stati riassorbiti nel personale della Biblioteca, erano una settantina. Oggi siamo in undici, e la maggior parte del lavoro siamo costretti ad appaltarlo a ditte esterne». Eppure, nonostante questi numeri e i finanziamenti ministeriali che arrivano a singhiozzo, sono stati recuperati tutti i giornali ed è appena finito il restauro delle carte geografiche dei Fondi Magliabechiano e Palatino. Ma nelle stanze e nei magazzini che affacciano sul chiostro di S. Ambrogio, dove il Laboratorio è stato spostato nel '97, l'alluvione non è ancora finita. Dei 58 mila volumi del Fondo Magliabechiano, il più antico della Biblioteca, ne restano da restaurare 15 mila; altri 3 mila in attesa di recupero appartengono agli oltre 10 mila volumi alluvionati del Fondo Palatino, mentre la maggior parte delle miscellanee antiche, 42 mila in tutto, aspetta ancora di essere lavata. «Delle miscellanee moderne non sappiamo esattamente neanche il numero prosegue GuastiAbbiamo solo aperto qualche scatola e fatto dei calcoli statistici. E poi ci sono i cosiddetti 'mancanti', cioè i volumi di cui è andata persa la segnatura. Anni fa, quando la Biblioteca chiudeva al pubblico per tutto il mese di agosto, ci tuffavamo dentro e facevamo l'identificazione dei libri mancanti. Ora siamo fermi. Da cinque anni non arrivano più finanziamenti straordinari, ma anche se arrivassero, col personale che abbiamo sarebbe impossibile preparare un progetto di restauro imponente, sia pure da affidare all'esterno, e seguirlo nelle sue varie fasi per controllare i tempi e la qualità del lavoro». Eppure, per Gisella Guasti, «l'alluvione è un problema fino a un certo punto. Tutti i volumi che conserviamo nel laboratorio, lavati e non lavati, sono consultabili». Non saranno ancora oggetti perfetti, ma sono tornati ad essere leggibili, quindi ad essere dei libri. Se qualcuno può aprirli e sfogliarli, si può far finta che quel fango secco sia solo polvere di tempo.
1966, la Biblioteca Nazionale sott'acqua.La cultura all'inferno. E ritorno
Il 4 novembre del 1966, la Biblioteca Nazionale di Firenze subì un disastroso alluvione che distrusse gran parte dei suoi fondi, tra cui 1.200.000 unità bibliografiche. Il custode della Biblioteca, Ivaldo Baglioni, aveva previsto che ci sarebbero stati 300.000 volumi alluvionati, ma la realtà fu molto peggiore. I dipendenti della CoopLAT e gli esperti internazionali lavorarono per recuperare i libri e restaurarli, creando il Centro restauro. Oggi, 55 anni dopo l'alluvione, il lavoro di restauro è ancora in corso, con 58.000 volumi da restaurare, tra cui 15.000 del Fondo Magliabechiano e 3.000 del Fondo Palatino.
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