Il più antico è un incunabolo del 1470, ma il più prezioso è una «cinquecentina» del 1501. Un libro, "Custodi del sapere domenicano" (edizioni della Provincia regionale) curato da Maurizio Randazzo che viene presentato oggi alle 18 nel chiostro del convento di San Domenico celebra le edizioni più preziose censite nella biblioteca dei frati predicatori ubicata dietro il Pantheon di Palermo (in via dei Bambinai, 18) che ospita oltre 50 mila volumi, raccolti, perduti e ritrovati, attraverso tante peripezie in quasi otto secoli. Tra i relatori Lorenzo Baldacchini, docente nell'Ateneo bolognese, uno dei massimi studio si di libri antichi, Domenico Ciccarello e Diego Ciccarelli. L'incunabolosi chiamano così i libri del Quattrocentoè il "De Regno" di Dione Crisostomo, stampato a Venezia da Cristoph Valdarfer; il più raro è la raccolta di patristica, "Poetae Cristiani Veteres", un'edizione aldina, nome derivato dal grande tipografo Aldo Manuzio, anch'egli veneziano. Randazzo, diplomato presso la Scuola vaticana di biblioteconomia, ha catalogato, dopo un accurato studio filologico, ben 17 incunaboli e circa 200 cinquecentine. Gli autori spaziano da Pico della Mirandola a Omero, da Tommaso d'Aquino a Virgilio, da Luis de Granada adAvicenna. Di ogni libro ha fatto l'analisi bibliografica e ha descritto le condizioni in cui si trova. Dopo che Johann Gutenberg inventa, nel 1455, i caratteri mobili la stampa dei libri si diffonde in un battibaleno in tutta Europa. Spariscono gli amanuensi e si moltiplicano i lettori. Il libro diventa finalmente strumento diffuso di conoscenza, relativamente ai tempi di analfabetismo che corrono. Sono i monaci e i preti i primi a capire l'effetto rivoluzionario di questa scoperta e cominciano fin da subito a darsi da fare per stampare e catalogare le opere. In questa fase pionieristica non a caso infatti prevalgono le tematiche religiose e le dispute teologiche. Così i domenicani, nomadi per la loro funzione di predicatori, affiancano la spiegazione orale del verbo divino con la divulgazione libraria nei conventi da cui provengono. A Palermo i primi rappresentanti di quest'ordine che avrebbero in futuro conteso ai gesuiti il primato teologico-filosofico arrivano attorno al 1235 proprio mentre la città, in quel momento la «capitale» del mondo come New York oggi, vive i fasti di Federico II. I frati, che sono governati da un provinciale che risiede a Roma, risentono delle forti tensioni tra la Chiesa e l'imperatore, ma gli agganci che hanno a corte li mettono al riparo da rappresaglie. Sono anni difficili: da un lato il rifiuto di Federico di aderire alla Crociate e come se non bastasse la resistenza al papa che gli chiede di rinunciare alla Sicilia; dall'altro lato la scomunica, primo passo verso la rovina dello «Stupor mundi». Ne conseguono la deriva personale e lo smembramento dell'impero. I domenicani, che sono sbarcati a Messina un decennio prima e da lì si sono via via irradiati in tutta l'Isola, riescono a passare indenni attraverso quel periodo di turbolenze. Così li vediamo nel 1282 partecipare ai Vespri, dalla parte giusta, accanto al popolo che si ribella alla ti-rannide angioina. Si apre un'altra disputa: i frati palermitani parteggiano per gli aragonesi, mentre nel resto del regno restano fedeli al vecchio regime. Poi, il tempo rimette a posto le cose. «Sintomo di un loro pacifico inserimento nella realtà isolana scrive lo studioso CarloLongo, autore di un saggio sulla storia dell'ordine possono considerarsi, alla fine delXIII secolo, il trasferimento dei frati palermitani presso la Chiesa di Sant'Orsola nei locali donati da Ruggero Mastrangelo e la successiva commissione a costosi laboratori dei loro pregiati libri corali». Ma è solo nel 1374 che i domenicani siciliani acquisiscono una completa indipendenza, con un provinciale tutto loro. Comincia da qui la loro escalation religiosa e culturale. Dopo qualche secolo di prosperità sono tra l'altro i primi nel Quattrocento ad aprire la loro biblioteca a studiosi e cultoriricominciano le turbolenze. Prima l'Inquisizione che li vede, stavolta dalla parte sbagliata, farsi strumento degli spagnoli nella persecuzione di quel popolo che prima avevano sostenuto. È una pagina dolorosa la cui rappresentazione sta tutta in quei graffiti disegnati dai condannati, attualmente in restauro nelle ex prigioni di Palazzo Steri. Urla di disperazione per una assurdo accanimento teologico, il cui obiettivo spesso è la confisca di cospicui patrimoni. In quel disgraziato periodo di oscurantismo religioso i padri mettono al sicuro i libri ritenuti eretici, dell'esistenza dei quali informano il papa. Ecco la lettera che nel 1748 l'allora responsabile dell'ordine scrive a Benedetto XIV: «Luigi Maria Naselli provinciale di Sicilia dell'Ordine de' Predicatori genuflesso a' piedi della Santità Vostra rappresenta che nel suo Convento di San Domenico della città di Palermo esiste una copiosa libreria che però supplica la clemenza della Santità Vostra di potersi ritenere in essa libreria libri proibiti ancorché di eretici per concederne la lettura a quelli che dalla Santa Sede ne abbiano avuto facoltà». Risposta del Vaticano: Tenete i libri sotto chiave e con cautela. Poi il sequestro della biblioteca quando in seguito allo smembramento del regno Borbonico vengono soppressi gli ordini religiosi e alienati i loro beni. I rappresentanti del nuovo Stato unitario si presentano nel Convento di San Domenico e requisiscono 12.109 volumi, che catalogano per materia; i più numerosi sono quelli di teologia (dalla tomistica, alla morale, alla polemica), ma anche la storia sacra e i padri della Chiesa sono ben rappresentati. Nella lista risultano 246 manoscritti, di cui 16inpergamena, 66 incunaboli e 39 edizioni aldine. «Cominciami periodo buio che finisce nel 1906 con la restituzione dei diritti ai domenicani dice Maurizio Randazzo che da un ventennio si occupa della biblioteca Ma i frati non desistono, ricominciano a formare quel patrimonio requisito che era finito in un fondo della Biblioteca regionale e in un altro di quella comunale. Ricomprano tutto quel che trovano nel mercato dei libri antichi, recuperano quelli che erano sfuggiti al sequestro, rimettono insieme tutto il materiale posseduto dai confratelli, acquisiscono le donazioni dei loro devoti. Così con un paziente lavoro che si trascina per tutto il secolo scorso la biblioteca riprende corpo, tanto che nel 1978 viene riaperta alla pubblica consultazione. Grande ruolo in questo recupero ha avuto il convento di San Rocco di Acireale che ha fatto confluire a Palermo numerose opere, alcune di gran pregio». Dopo anni di fatica circa 30 mila volumi sono stati informatizzati e si trovano nel sito Internet www. domenicani Palermo, it. «È stato un vero e proprio lavoro di archeologia libraria aggiunge Randazzoun emozionante scavo nel passato per riportare alla luce questo patrimonio culturale, che è della città». E non solo.