Nel 1836 Eugéne Viollet-le-Duc, il futuro artefice della riconfigurazione gotica di Notre Dame e l'inventore con i suoi restauri di tanta parte dell'immaginario medievale francese, e quindi europeo, giunse a Palermo. In quel soggiorno gli fu guida per i monumenti cittadini Domenico Lo Faso duca di Serradifalco, una delle figure chiave della cultura erudita e architettonica dell'Ottocento siciliano, che a quell'epoca già lavorava alla sua pera monumentale sul Duomo di Monreale, pubblicata due anni dopo e snodo fondamentale di quell'interesse per l'età normanna che nel corso del secolo le avrebbe investite del ruolo di vessillo ideologico dell'identità della nazione siciliana. Viollet-le-Duc aveva allora 22 anni, e giungeva in Sicilia in un momento in cui il dibattito sulla Cattedrale di Palermo, e in particolare sulla cupola progettata da Ferdinando Fuga, ipotizzava ricostruzioni e rivestimenti capaci di smantellare l'incongruenza di un modello classicheggiante inserito a forza in un organismo medievale, e teorizzando apertamente quel neogotico che già cominciava ad accreditarsi come prassi dell'architettura europea nell'età degli stati nazione. Lo stesso Viollet-le-Duc avrebbe dato, a questa ambigua esaltazione delle radici, un contributo cruciale, innalzando guglie, ricostruendo bifore e rosoni, modellando torri di guardia e intere cinte. La cupola settecentesca della cattedrale palermitana, invece, rimase lì dov'era, e (su progetto di Emanuele Palazzotto) venne invece ricostruito in veste neo-gotica il campanile. Il soggiorno dell'architetto francese in Sicilia (e l'album di schizzi e disegni che ne riportò) è soltanto uno degli spunti della mostra sui Normanni in Sicilia allestita nel castello di Caen, in Normandia realizzata da un folto gruppo di studiosi sotto la direzione di lean Marie Levesque e Antonino Buttitta e concepita non soltanto come la presentazione divulgativa del periodo storico della monarchia normanna, ma anche come l'indagine su una mitologia doublé face: garanzia retroattiva di una nazione isolana paradossalmente generata da un esercito proveniente dal capo opposto d'Europa, e insieme identità consolatoria di una specificità culturale che trovava nei monumenti dell'epoca il proprio codice formale immediatamente identificabile. Aldilà del repertorio della pittura di storia che anche in Sicilia, analogamente a quanto avveniva in tutta Europa, ricercava nella storia medievale i momenti esemplari da proporre come esortazioni per il presente (e che ha un suo primo apice negli affreschi di Riolo, Patania e Patricolo nella Sala Gialla del Palazzo dei Normanni con un linguaggio figurativo moderatamente e genericamente romantico), il revival arabonormanno (il termine, improprio, venne coniato allora) si impone quindi innanzitutto come un elemento del gusto: dagli oggetti d'arredo all'architettura, dalle tappezzerie che riproducono gli animali araldici della Stanza di Ruggero alle cupole di San Giovanni degli Eremiti o di San Cataldo, che nel corso dei restauri di ripristino assunsero quellato-nalità rosso smaltata che campeggia ancora oggi, diventando presenza fissa nello skyline della città e della sua rappresentazione. Come spesso accade, anche in questo caso di invenzione di una tradizione, l'identità, proiettata all'esterno, viene ugualmente introiettata: se i mobili di Andrea Onufrio rivestiti di avorio e mosaico incontrano il successo alle esposizioni nazionali e internazionali dell'ultimo scorcio del secolo (ne scrive in catalogo Pierfrancesco Palazzotto), quasi nello stesso volgere di tempo le fiancate dei carretti siciliani si rivestono delle gesta coloratissime del Conte Ruggero; se i viaggiatori stranieri privilegiano, nella fascinazione d'Oriente che attraversa l'Ottocento, la sala della fontana della Zisa proiettandovi i fantasmi di una Mille e una Notte in salsa siciliana, Ernesto Basile utilizza il modello di San Giovanni degli Eremiti per il padiglione d'ingresso della Esposizione Nazionale del 1891, rivendicando l'irriducibile specificità di un neo tutto siciliano: neo arabo normanno legittimato come sintassi e tipologia a fianco di un neo-rinascimento o di un neo-romanico a conclusione dell'età dell'eclettismo e di una fitta serie di esercizi in stile su architetture antiche o di nuova costruzione (ne scrivono Paola Barbera e Maria Giuffrè). Una costruzione complessa e a più strati, come lo sono del resto tutte le mitologie culturali; e, come tutte le mitologie culturali, capace di irradiare la sua forza semplificatrice anche quando le ragioni storiche della sua costituzione sono venute meno. In tempi di tradizioni spacciate per recinti chiusi, smontarne le ragioni ideologiche come avviene nel caso della mostra di Caen può essere ancora utile. L'esposizione, che raccoglie disegni, dipinti, incisioni ma anche le colonne chiavi di carretto e cartelloni di cantastorie, è aperta sino al 25 ottobre, ed è accompagnata da una mostra di fotografie di Melo Minnella sulla Sicilia.
Eugéne Viollet-le-Duc e Lo Faso : la Sicilia da imitare
Nel 1836, Eugéne Viollet-le-Duc, un architetto francese, giunse a Palermo. Era guidato da Domenico Lo Faso, duca di Serradifalco, che lavorava alla sua opera monumentale sul Duomo di Monreale. Viollet-le-Duc aveva 22 anni e giunse in Sicilia in un momento in cui il dibattito sulla Cattedrale di Palermo ipotizzava ricostruzioni e rivestimenti per smantellare l'incongruenza di un modello classicheggiante inserito in un organismo medievale. Lo stesso Viollet-le-Duc avrebbe dato un contributo cruciale, innalzando guglie, ricostruendo bifore e rosoni, modellando torri di guardia e intere cinte.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo