E' sicuramente la novità più interessante della Decima Mostra Internazionale di Architettura, nell'ambito della Biennale 2006, perché sintetizza in essa i concetti fondamentali e largamente condivisi dai vari architetti che hanno ritrovato nell'evento veneziano un modo nuovo di leggere la città, intesa non soltanto come luogo fisico, ma come entità fatta da una pluralità di fattori che ritornano in gioco, in un'ottica completamente rivisitata. "L' appuntamento a 'Vema Italia - y 2026', dove la y che compare nel titolo vuole suggerire a livello subliminale la lettura 'Italy' come amplificazione extranazionale del Paese, come un trascendimento creativo dei propri confini che si dimostra sempre più necessaria" scrive Franco Purini, curatore del Padiglione Italia, ospitato in un apposito spazio del vecchio Arsenale, - si incentra sulla fondazione di una nuova città". "Una città di fondazione, ma anche una città ideale, una città innovativa, una città utopica ma dell'utopia della realtà di Ernesto Nathan Rogers collocata in prossimità dell'incrocio dei corridoi ferroviari europei Lisbona-Kiev e Berlino-Palermo". "La città, situata tra Verona e Mantova, si chiamerà Vema e sarà progettata da venti architetti o gruppi di architetti tra i trenta e i quarant'anni che affrontano altrettanti problemi tra i quali la casa, i luoghi di lavoro, il corpo, l'arte, le infrastrutture, i media, il verde, il tempo libero, l'energia". "In un tentativo di coinvolgere il tema della sostenibilità con quello della necessità di riconfermare il ruolo essenziale, anche su] piano rappresentativo dello spazio pubblico osserva Purini -, Vema si pone, seppure all'interno dei limiti di una simulazione virtuale, come un esperimento totale, che ripercorre ogni ambito progettuale della città". Il progetto, nelle sue linee essenziali, propone un modello direttore molto semplice e flessibile, basato sull'alternanza di bande parallele verdi o costruite, attraversate, in corrispondenza del confine tra le due regioni, da una ulteriore fascia verde. Servita da una rete di strade affiancate da canali che la collegano al Mincio e al Po, "Vema riassume e ripropone in una chiave strutturalmente più articolata e complessa, inserita nelle dinamiche europee e globali, il mondo urbano padano contrassegnato, com'è noto, da una forte omogeneità ambientale e architettonica, puntualmente contraddetta da sottili differenze e animata da forti presenze monumentali". Il confronto avviato dal professor Purini rappresenta la dimostrazione tangibile di quanto siano attuali nella moderna pianificazione territoriale le rivisitazioni delle macroaree urbane. Organismi, come tanti centri pulsanti, che pongono in discussione tutto quanto già teorizzato dall'urbanistica, e che nascono dall'insieme di ampi brani di città o di conurbazioni, più o meno estese, fino a diventare un continuum urbanistico. Stesso discorso che vale per la macroarea RomaNapoli e per il ruolo che hanno rappresentato i programmi complessi, di nuova generazione, come i Prusst; in particolare quello della Conurbazione Casertana. Punto su cui interviene Stefano Stanghellini, ordinario di Estimo e Valutazione Economica dei progetti, presso lo Iuav (Istituto Universitario Architettura di Venezia), presidente di Urbit, la società facente parte dell'Inu, Istituto Nazionale di Urbanistica, che provvede all'organizzazione e alla promozione di un evento di marketing urbano che si svolgerà anche quest'anno all'inizio, di novembre, dando risalto ai vari temi del panorama urbano. Professore, perché ritornano città, o meglio modelli di città, come Rona (Roma Napoli), Mito (Milano Torino), oppure si sperimentano altri esempi? E' il caso di Vema, fiore all'occhiello di questa Biennale "Parto da una considerazi ne di fondo: i nostri rapporti economici e sociali si svolgono sempre di più verso scale territoriali vaste. Purtroppo in Italia esiste una contraddizione; vale a dire che gli strumenti urbanistici vengono redatti entro confini amministrativi, le relazioni spaziali interessano territori molto più estesi. Basta pensare agli spostamenti, anche a quelli più standardizzati e normali, tipo casa-lavoro, sono legati a più comuni, travalicando i confini meramente comunali, insistendo su di un'area vasta. Tuttavia, il sistema delle competenze istituzionali e amministrative non tiene conto di questa modalità di svolgimento della vita". Mi pare di capire che la sua analisi la si possa estendere anche al Prusst della Conurbazione Casertana che, in una dimensione ridotta, potrebbe essere considerato mi corregga se sbaglio il primo anello di una grande area urbana. Nello specifico, mi riferisco all'asse Roma Napoli "Il Prusst, di cui lei parla, ha avuto la grande capacità di aver capito il funzionamento di questi sistemi di relazione e aver puntato su di essi, strutturandoli. Caserta ha offerto una delle migliori esperienze che si sono svolte sul territorio nazionale ed è naturale intravedere un futuro consolidato, proprio per la progettualità messa in campo. Altre esperienze si stanno ancora realizzando; altre si sono evolute in sperimentazioni tipo, con programmisistema, oppure con l'individuazione di agenzie di sviluppo, sempre inquadrate in disegno organico del territorio". Come salvaguardare le identità culturali delle singole città? Non si corre il rischio di una forte omologazione? "I programmi Prusst, quello di Caserta ancora di più, ma, in generale, tornando al discorso della macroarea Roma Napoli, hanno capito che i sistemi di relazioni dovevano essere sostenuti. A me sembra che queste tendenze evolutive non entrino in conflitto con l'identità dei luoghi. In un Paese come l'Italia mi pare che i luoghi conservino in misura molto marcata la propria identità, grazie alla storia del Paese. E' pur vero che ci sono tendenze omologanti, come per esempio nel settore commerciale, in cui si vede lo stesso tipo di negozio, la stessa immagine, lo stesso prodotto ripetersi in modo uguale in tante realtà, in tanti centri storici. In ogni caso, sono del parere che nell'insieme i luoghi manterranno sempre una propria identità in cui i cittadini si identificheranno. Non vedo nessuna discrasia". In che senso? "Perché da un lato si assiste ad uno sviluppo di relazioni che, come ho già detto, vanno oltre i confini delle singole municipalità, investendo su ampi territori, però dall'altro rimane forte, come è giusto che sia, una permanenza del valore dell'identità e il legame che le persone stabiliscono con l'identità culturale". Una nuova pianificazione, dunque, che si ricollega all'intero sistema europeo organizzato in corridoi di attraversamento, nati con lo scopo di unire e non di creare punti di cesura "Sicuramente. Purtroppo, le riflessioni che stiamo facendo, mettono in evidenza le contraddizioni di un sistema di pianificazione delegato ai poteri degli enti come comune, provincia, regione, stato. Il modello proposto è un altro e sono sicuro che ci si arriverà lentamente, in quanto è in linea con gli indirizzi strategici europei. Di fatto esiste una realtà in cui le relazioni economiche, sociali, per non dire culturali, l'informazione attraverso internet, sono completamente a-spaziali, non hanno una dimensione definita; e, a maggior ragione, non possono esaurirsi dentro i limiti che sono quelli della pianificazione tradizionale. La pianificazione deve continuare a svolgere un ruolo importante, guai se così non fosse, ma deve, però, riuscire a superare queste limitazioni anacronistiche che sono, poi, rappresentate dai confini amministrativi". Purtroppo in Italia viviamo l'assurdità per cui gli strumenti urbanistici vengono entro confini cittadini "Vema, cioè la macroarea tra Venezia e Mantova, riassume e ripropone in una chiave più articolata e complessa, inserita nelle dinamiche europee e globali il mondo urbano padano" più esteso".