MILANO Anche il Teatro Nuovo. Il "mercato", in nome del quale tutto passa, vuole mettere (o le ha già messe) le mani sulla città. Un pezzo del centro storico in piazza San Babila è stato infatti messo sotto sfratto, compresa la storica sala che tanta parte dello spettacolo italiano ha visto passare sul suo palcoscenico: Walter Chiari, Totò, Eduardo De Filippo, Romolo Valli... Quando i negozi dei civici 1 e 3 hanno ricevuto la lettera di fine locazione dalla Sviluppo Immobili Milano Centro, non sembrava possibile che anche il Nuovo potesse seguirne la sorte. Intanto, venivano tutti avvisati - da Gusella a Valextra, Fantasie Moda e altri - che il loro contratto di locazione, con scadenza il 30 giugno 2007, non sarebbe stato rinnovato; e tutti venivano pertanto invitati a lasciare liberi i locali entro quella data. La domanda era nell'aria: manderanno via anche il Nuovo? Ma c'era anche chi, comprensibilmente, non voleva crederci: «Sfrattare un teatro? Impossibile». Più che possibile, invece. Anzi, bell'e fatto. Anche Gemma Ghizzo, vedova di Franco Ghizzo, cui è affidata la gestione del teatro, aveva ricevuto la comunicazione di disdetta, senza appello e con abbondante anticipo. Se alcuni negozi vengono sfrattati, altri - moltissimi altri - arriverranno comunque in piazza San Babila. Ed è qui che la posizione del Teatro Nuovo, con tutti i suoi 4 mila metri quadrati, diventa il cardine dell'intera operazione, giacché l'intenzione delle immobiliari è appunto di ricavare dall'abbondante superficie una cinquantina di negozi. Degli altri, gli sfrattati, chi vorrà rimanere dovrà adeguarsi ai rincari degli affitti. Il pericolo di vedere una città svuotata della sua storia è delle sue tradizioni culturali è stato ben compreso proprio dall'assessore alla Cultura, Vittorio Sgarbi, che ieri in Giunta è intervenuto sull'argomento con l'intenzione di porre un vincolo di destinazione d'uso ai 4 mila metri quadri del Teatro Nuovo. Di fronte al dio mercato, quello di Milano rischia insomma di non essere più un centro storico, ma semplicemente un centro commerciale. Soltanto il vincolo della destinazione d'uso potrebbe arrestarne il processo d'impoverimento. Proprio a pochi passi dal Teatro Nuovo, in corso Matteotti, c'era una volta la splendida libreria Paravia. Non c'è più. Non ci sono più le librerie Garzanti e Duomo in Galleria, e non c'è più la grande libreria sotto i portici di corso Monforte. Questo, soltanto per citare le librerie. Ma sono scomparsi dalla memoria di Milano e dei milanesi anche quei bar e ristoranti, quei tanti locali e negozi di tradizione che fanno l'atmosfera e quel valore che passa sotto il nome di "qualità della vita" d'una città. Al posto di questi luoghi-fantasma, oggi ritroviamo show-room, gioiellerie, abbigliamento vario e "alto", camicie e cravatte. È il mercato, bellezza. È il mercato che a Milano e altrove ha messo le mani sulle città e, lo abbiamo detto, tende a trasformarle in una unica boutique, destinata di sera a diventare il deserto già facile a vedersi nei punti dove la trasformazione è già avvenuta.
II Teatro Nuovo lo salvo io
Il Teatro Nuovo di Milano è stato messo sotto sfratto, insieme a altri negozi, in piazza San Babila. Il teatro, con 4.000 metri quadrati, è stato messo in vendita per ricavare una cinquantina di negozi. L'assessore alla Cultura, Vittorio Sgarbi, ha proposto un vincolo di destinazione d'uso per arrestare il processo di sfruttamento. Il mercato sta trasformando le città in "boutique" e storicamente i luoghi commerciali sono stati sostituiti da negozi di lusso e servizi. La città rischia di perdere la sua identità culturale e storica.
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