PER Maurizio Cattelan e il suo Wojtyla caduto o il suo Hitlerino in ginocchio, per Vanessa Beecroft e le sue parate di nudi femminili immobilizzati dall'obiettivo, Italia addio? L'arte contemporanea (e non solo contemporanea) è alla vigilia di un divorzio dal nostro Paese? L'allarme è stato lanciato di fronte al quadro dei costi, più onerosi che in altre nazioni, che pesano da noi sulle attività museali e sulle imprese culturali, in particolare su acquisti e anche donazioni di opere d'arte. Si tratta di uno stato di cose che i tagli ai beni culturali (del vecchio governo e di quello attuale) hanno estremizzato, portando in primo piano un malessere che colpisce un settore - l'offerta di attrazioni culturali e artistiche - che gioca un ruolo decisivo per il felice andamento del turismo. Non è un problema soltanto italiano, visto che l'Unione europea applica un'imposta del 5,5 sull'importazione permanente di opere d'arte da altri Paesi. A ciò si aggiunge la tassazione prevista dai diversi governi nazionali. Questa, d'altronde, è la ragione per cui François Pinault, il mecenate e collezionista che ha scelto Palazzo Grassi come sede dove custodire ed esibire i suoi capolavori, ha rinunciato al grandioso progetto di un centro d'arte contemporanea sull'isola di Séguin, nella Parigi operaia, a fianco dello stabilimento Renault di Billancourt, caro ai sessantottini. Molte delle opere destinate al museo che non si farà più provenivano da New York, portarle a Parigi avrebbe voluto dire sborsare una grossa somma extra a favore del fisco francese. È stato fatto un calcolo istruttivo, per una singola opera di Bruce Naumann, comprata a Manhattan per 9,9 milioni di dollari e ora esposta a Palazzo Grassi. L'importazione temporanea, cioè per una mostra, non comporta tassazione, ma quella permanente offre un variegato panorama fiscale: se un'opera del genere venisse portata in Nordamerica non si pagherebbero tasse, in Gran Bretagna si pagherebbero invece 449.500 dollari, in Francia 544.500, in Spagna 693.000. E in Italia? Siamo i primi della classe: 999.000, quasi un milione di dollari, il doppio che in Francia. Il problema è oggi così urgente che Il giornale dell'arte di Umberto Allemandi, il più importante mensile italiano di cose artistiche, se ne è occupato per due numeri consecutivi: in settembre con un dossier di 24 pagine su tutti gli aspetti delle tasse sull'arte, in ottobre con un rapporto speciale del vicepremier Rutelli sui Beni culturali. Nell'editoriale che l'accompagna, si denuncia una riduzione della spesa per la cultura pari al 17,5 rispetto al 2001 e si invoca una tassa per l'arte, invece delle tasse sull'arte (la gran parte delle transazioni sul mercato artistico subisce oggi un'Iva del 20). Di questo passo, dove andremo a vedere i Picasso del Duemila o i futuri Cattelan? È quello che si domanda Affari e Finanza (in un articolo di Ugo Bertone). Se importare, anche per donare, ha costi così alti, è probabile che i musei sorgano dove il fisco è più morbido. Invece che al Castello di Rivoli andremo a Hong Kong o a Dubai?