Dopo diciassette anni ecco di nuovo l'imposta di soggiorno. Istituita «per grazia di Dio e volontà della Nazione» nel 1910 come tassa, fu riformata nel 1938 apparendo da allora come imposta; poi dal 1 gennaio 1989 venne abolita. Per quasi un secolo aveva accompagnato la crescita di un turismo riservato a ceti abbienti, tassandone le presenze temporanee in alberghi, locande, pensioni, stabilimenti di cura e case di salute nonché, per oltre cinque giorni, in ville, appartamenti, camere ammobiliate e altri alloggi. Poi essa apparve un aggravio incongruo in una generalizzata diffusione turistica In pochi anni la situazione è però di nuovo cambiata per almeno due connotati: la modifica della Costituzione del 2001 che porta verso le Regioni una diretta competenza legislativa in materia turistica e l'aumento scostante dell'ingresso di turisti stranieri nel nostro Paese. I due fenomeni sono noti: vale solo la pena di ricordare rispetto al primo la persistenza della riserva dell'art. 23 della Costituzione per ogni nuovo tributo e rispetto al secondo le analisi del Ciset di Venezia che, pur segnalando il probabile raggiungimento di quaranta milioni di visitatori nel 2050, rileva l'insoddisfazione della domanda per la qualità dei servizi turistici. Infine un recente dibattito originato dal Ceradi (centro della Università Luiss), ma soprattutto dalla denuncia dei sindaci dei Comuni investiti dal turismo, ha reintrodotto con forza l'ipotesi del tributo, a valere su una serie di evidenze teoriche e di mercato che lo renderebbero di concreta efficacia per la finanza dei governi locali che amministrano siti di grande fruizione turistica, i cui oneri ricadono sui soli contribuenti del luogo. È evidente che il movimento turistico interno, che pure crea oneri rilevanti, li potrebbe vedere compensati nei meccanismi di perequazione finanziaria interna, oggi assai ridotti. Ma quale è il ristoro finanziario pubblico per la presenza di turisti stranieri? Non dimentichiamo che l'Europa della moneta unica, non è affatto unica in termini fiscali è di bilancio: quindi ognuno per sé. Dunque era ormai matura là proposta di riattivare l'imposta di soggiorno, questa volta da considerarsi come sovraimposta sui redditi da attività turistiche e non come nel passato imposta personale sui turisti. È ovvio che un'imposta di questo tipo sarà interamente trasferita sui consumatori, non lasciando oneri definitivi sul bilancio delle unità produttive del settore, e quindi non ha proprio senso il timore di una penalizzazione da costi per l'industria turistica italiana. Si tratta di una industria non esposta alla concorrenza, se non in esigue fasce marginali: qualcuno può immaginare che i diciassette milioni di visitatori di Venezia o i venticinque milioni di Roma possano preferire visitare un altro luogo nel mondo per un modesto aggravio fiscale? Ma proprio a Venezia il trattamento dei rifiuti urbani, moltiplicati da una stagione turistica perenne, rappresentano un onere difficile da accollare ai relativamente pochi residenti rimasti. Professore di Scienza delle finanze