Seicento opere ammassate nei depositi. Molte sono ancora sporche di calcinacci Non bastano quarant'anni per dimenticare l'alluvione di Firenze. Non bastano alle persone e non bastano neanche alle opere d'arte. Seicento opere di musei e chiese sono ancora nelle condizioni in cui si trovavano nei giorni successivi all'inondazione che devastò la città: incrostate da fango e nafta e ammassate senza identificazione nei depositi «provvisori» dell'epoca. Così, a pochi giorni dall'inaugurazione della mostra nel Museo di Santa Croce, nella quale si esporranno 8 delle 1800 tavole rimaste in vario modo danneggiate dalla marea che il 4 novembre del 1966 coprì Firenze, buona parte delle opere è ancora sotto un fitto strato di fango. Ne dà notizia «Newton» di ottobre in un reportage di Massimo Murianni. Sull' «Ultima cena del Vasari» sono piovuti di recente 250 mila euro. Troppi per alcuni critici che non ne riconoscono il valore artistico, uno sforzo senza precedenti per la Protezione Civile che ha firmato l'assegno. Il capolavoro del Vasari è ridotto in condizioni a dir poco disastrose: il legno si è ristretto come un abito lavato a temperature troppo alte, la vernice si è staccata dal legno increspandosi, la «velinatura», ovvero la carta speciale incollata alla pittura per salvaguardarne l'incolumità subito dopo l'alluvione, ha preservato il dipinto ma ha conservato anche il fango. «Il Vasari è un caso davvero disperato - dice Marco Ciatti, direttore dei restauri dei dipinti dell'Opificio - Ma anche il Bronzino, quando è arrivato, era nelle stesse condizioni». Il peggior spettacolo di quel che resta dell'alluvione lo si vede nella Villa Medicea di Poggio a Caiano, tra Prato e Firenze, dove sembra di stare nel deposito di un rigattiere. Ammassati e coperti di calcinacci e fango secco decine fra culture, crocefissi, arredi sacri, aspettano che qualcuno si ricordi di loro. La situazione cambia - ma non del tutto - nel deposito «Poggi», in un palazzo annesso a Palazzo Pitti, dove ha sede la Soprintendenza, nel cuore di Firenze. Questo deposito è uno dei sette in cui sono ammassate le opere in paziente attesa di venir sistemate e, prima ancora di venir registrate e inventariate. Qui le opere sono diligentemente catalogate ma senza avere una precisa idea né del loro valore, né del loro autore. «Questo è il limbo dell'arte alluvionata», commenta Maria Matilde Simari, funzionario della Soprintendenza incaricata di gestire tutta l'arte «reduce» del 1966. Aggiunge: «Non esiste un elenco preciso delle opere ancora da restaurare, e nessuno sa esattamente che cosa sia conservato e dove». Al «Poggi» sono stati trasferiti circa 150 dipinti, quelli accatastati a Palazzo Pitti e alcuni di quelli parcheggiati a Palazzo Serristori. Che cosa sono? Opere del '400 e del '600. Altro non si sa. A Palazzo Serristori, appena venduto a privati che vogliono sbarazzarsi al più presto di tutto quel che c'è dentro, giacciono ancora 147 cornici e 85 tele di grandi dimensioni. La musica cambia solo all'Opificio delle pietre dure, il laboratorio di restauro noto in tutto il mondo. L'Ultima cena del Vasari ora sta qui. Ma quanto tempo servirà per rivederlo rinascere? «Il nostro obiettivo è creare un deposito unico per tutte le opere rimanenti, che abbia i sistemi di sicurezza adatti, e gli impianti per garantire la loro conservazione fino al momento del restauro», sottolinea Bruno Santi, soprintendente per il patrimonio artistico di Firenze, Pistoia e Prato. Il fatto è che i laboratori di restauro ogni anno si occupano di una trentina di opere, delle quali circa venti arrivano dal disastro del '66. A questo ritmo ci vorranno 30 anni per finire il lavoro. «È solo una questione di soldi - dice Santi - Se ne avessi a sufficienza, niente mi vieterebbe di trovare cento o duecento laboratori di restauro sparsi in tutta Italia e mandare a ciascuno tre o quattro opere da recuperare». «Non esiste un elenco preciso delle opere ancora da restaurare e nessuno sa che cosa resta nei depositi. Lo si scoprirà solo con il restauro»
Alluvione di Firenze. Quarant'anni dopo l'arte resta nel fango
A Firenze, 1500 opere d'arte sono ancora nei depositi provvisori dopo l'alluvione del 1966. Molte sono sporche di calcinacci e fango. Le opere sono state ammassate senza identificazione e senza un elenco preciso delle opere da restaurare. Alcune opere, come l'Ultima cena del Vasari, sono state restaurate, ma molte altre sono ancora in condizioni disastrose. Il restauro delle opere richiede tempo e soldi. Il soprintendente per il patrimonio artistico di Firenze, Pistoia e Prato, Bruno Santi, ha detto che ci vorranno 30 anni per finire il lavoro se non ci fossero problemi finanziari.
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