Sabato 30 settembre: è l'ultimo giorno di Antonio Paolucci dietro la consunta scrivania degli uffici della Soprintendenza in via della Ninna, sul lato degli Uffizi all'ombra della Torre d'Arnolfo. Il giorno precedente, il professore ha compiuto 67 anni d'età (è nato a Rimini nel 1939) e 37 di onorato servizio, tanti da far scattare la pensione. Quella scrivania, così vissuta, graffiata, con in qua e là qualche bruciatura di sigaro (immancabile compagno dell'ormai ex soprintendente), è di ventata nel corso degli anni un centro nevralgico e - perché no? - di potere. Senza dubbio è la seconda scrivania di Firenze dopo quella del sindaco Leonardo Domenici, il cui ufficio si affaccia sull'altra parte della strada. La Soprintendenza produce mostre, attività culturali, pubblicazioni, organizza eventi, è un grande centro di produzione di cultura oltre che di gestione del turismo culturale: cinque milioni di persone transitano ogni anno dai musei fiorentini, tante quanti gli abitanti della Svizzera. Allora, professor Paolucci, qual è il bilancio di questi anni alla guida dei Beni culturali della Toscana e del Polo museale fiorentino? «Sono entrato come soprintendente nel marzo 1988 e vado via ora dopo 19 anni, quindi un periodo molto lungo attraverso prima e seconda Repubblica, governi di centrodestra e di centrosinistra, dieci ministri dei Beni culturali e tra questi anch'io tra il '95 e il '96 nel gabinetto tecnico di Lamberto Dini. E cos'è successo in questi quasi vent'anni? È successo che l'idea di museo e di uso del patrimonio è cambiata in modo profondo. Il museo da biblioteca di figure è diventato, nella percezione dei più, luogo del tempo libero, del fine settimana, luogo associato all'idea di divertimento. C'è stato un boom dell'uso dei musei ma non so se questo è positivo. È vero che i numeri ci dicono che la gente va molto di più nei musei, nelle città d'arte, ma io mi chiedo, non senza preoccupazione, quanto il popolo dei musei capisce quello che vede? Settant'anni fa agli Uffizi entravano ogni anno cinquantamila persone, adesso ne entrano un milione e mezzo. In Italia in questi settant'anni è esplosa la democrazia dei consumi, l'unica democrazia che esiste sotto il cielo. Però sono persuaso che tra quelle cinquantamila persone che uscivano dagli Uffizi nel 1936, c'era molta più gente che aveva capito qualcosa di quanta non ce ne sia nel milione e mezzo che esce oggi, perché quei cinquantamila appartenevano a un élite sociale e culturale, che aveva una biblioteca in casa, che aveva fatto buoni studi. Il popolo dei musei oggi, anche se ci sono diplomati o laureati, è composto per il 95 per cento da gente che non ha mai letto un libro, che guarda solo la televisione». In questo contesto, cos'è successo concretamente durante la sua direzione? «È successo che quando sono arrivato qui i musei erano aperti solo la mattina, ad eccezione degli Uffizi, che aprivano anche il pomeriggio, ma non della domenica. Oggi tutti i musei che appartengono al Polo museale fiorentino osservano un orario continuato di dieci ore. Quando sono entrato qui nell'88 se uno voleva mandare una cartolina doveva rivolgersi agli ambulanti in piazza. Oggi tutti i musei del Polo hanno bookshop, librerie, punti vendita. Il privato è entrato nei musei e io sono molto orgoglioso di questo. Sono convinto, infatti, che Stato e privato possano collaborare, a condizione però che lo Stato sia forte, ben strutturato e autorevole. Il privato, nel caso fiorentino, gestisce le biglietterie, i punti vendita, tutto quello che e organizzazione non tecnico-scientifica dei musei. Questo ha portato all'assunzione da parte del privato stesso, quindi senza l'impiego di soldi pubblici, di ben trecento persone». C'è una cosa particolare per la quale vorrebbe essere ricordato? «Lo cosa che sceglierei per essere ricordato, e che ho potuto fare quando sono stato ministro, è di avere risolto una vicenda fiorentina annosa che durava da decenni: la famosa eredità Bardini, un enorme complesso immobiliare e artistico con settantamila opere d'arte e un grande parco di quattro ettari sulle colline di Firenze. Il tutto stava andando in rovina. L'ultimo erede del grande antiquario Stefano Bardini lo aveva lasciato alla città di Firenze alla condizione che, con il valore complessivo di quello che lui lasciava, lo Stato italiano comprasse una o al massimo due opere d'arte di grande valore. Questo io lo potuto fare mettendo in bilancio nella Finanziaria del '95 i soldi necessari (molti all'epoca), che mi hanno permesso di comprare due tavole di Antonello destinate agli Uffizi e un'importantissima scultura di Donatello da destinare al Bargello. Ma c'è un'altra cosa che mi fa comprendere che non è stata inutile la mia vita e il mio impegno, anche se riguarda un altro incarico e un'altra regione: il periodo in cui sono stato commissario governativo per il restauro della basilica di San Francesco». In generale, come vede i beni culturali in Italia? «Li vedo male. Tutto è cominciato con il progressivo sganciamento del mondo dei beni culturali dall'universo dell'educazione: la scuola, l'università... Una volta eravamo un dipartimento del ministero della Pubblica istruzione, poi si sono staccati gli ormeggi per andare verso lidi all'apparenza affascinanti come quello dello spettacolo, del tempo libero, del turismo, del "divertimentificio". Ma questa è una deriva di cui tutti siamo responsabili. Nel Novecento dei comunismi e dei fascismi e ancora per buona parte del periodo socialdemocratico e democristiano, i musei erano considerati qualcosa di patriottico, di identitario. Nessuno pensava all'affare, al business. Poi il Novecento, che è stato statalista, identitario e patriottico per i due terzi del suo percorso, negli ultimi vent'anni si è scoperto liberista, edonista, affarista. Questa mutazione radicale ha coinvolto anche i beni culturali tanto che qualcuno inventò un'immagine trucida e tuttavia formidabile, terribile nella sua volgarità: i beni culturali nostro petrolio. È una metafora nata nei primi anni Ottanta e marca la mutazione epocale, il giro di boa». Chiudiamo con i musei d'arte sacra, un suo «pallino»... «È vero, una grossa parte della mia attività 1 ho spesa occupandomi proprio dei musei d'arte sacra. Tra le cose di cui sono orgoglioso c'è anche quella di avere realizzato intorno a Firenze quello che io chiamo l'Anello d'oro, una rete di piccoli musei vicariali, che non sono musei diocesani, ma musei che raggruppano le cose più importanti di cinque o sei parrocchie. Firenze è ora circondata da un sistema di micromusei che io chiamo anche gli Uffizi di campagna, fra l'altro inseriti in paesaggi bellissimi». Uno come lei a 67 anni è ancora troppo giovane per andare in pensione. Cosa farà Paolucci «da grande»: l'assessore alla Cultura visto che a Firenze si è liberata la poltrona? «E perché no il sindaco?» Paolucci sorride e ci tende la mano.
Avvenire
3 Ottobre 2006
Intervista ad Antonio Paolucci. Se il museo diventa divertimentificio
AN
Andrea Fagioli
Avvenire
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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