A La Spezia si trova uno dei tesori d'Italia: il museo di Amedeo Lia, collezione di inestimabile valore e varietà La Spezia, quel timore bizzarro della gente, quell'alito sospeso delle terre di confine che respiri, tra terra e mare, quelle imitazioni di vie, alberi, botteghe e volti tra Liguria, Toscana e propaggini apuane; qui, oltre il verticalismo torreggiante di splendidi giardini, è la "pedonale" via di Prione, budello ligure e borgo stretto pisano, e, in fondo, il museo Lia: una delle maggiori raccolte d'arte e delle più insospettate e stupefacenti realtà espositive d'italia. Fino a dieci anni or sono l'offerta delle guide turistiche si rattrappiva qui nel mito di una polena del museo navale, fascinoso e fatale oggetto dì desiderio di custodi e ufficiali tedeschi, e nel mistero di alcune stele antropomorfe. Contro la deriva del gusto Ma ci sono ancora, graziaddio, rari nantes nella deriva di gusto e sensibilità in cui s'estenua la società del nostro paese, personaggi illustri che non affidano il proprio status symbol alle barche e ai conti bancari, ma alla untigliosa, affettuosa ricerca di oggetti d'arte: ne fanno un po' l'epitome della loro vita, da offrire, poi, in dono agli altri. Amedeo Lia è uno di questi. Leccese di nascita, 1913, allievo dell'Accademia navale di Livorno, "la più bella scuola del mondo", decorato sul campo nell'ultima guerra, ingegnere poi e collezionista per tutta la vita; guidato, come dice lui, "da una mano misteriosa" che avverte ancor oggi, appoggiata alla sua spalla, a dargli forza ed entusiasmo. Ottuagenario, nel 1995, decide di donare la gran parte della sua sterminata raccolta (Federico Zeri la definiva "colossale" per importanza e qualità delle opere) alla città della Spezia: sono più di 1100 pezzi d'inestimabile valore. Pone un'unica condizione, quella che al patrimonio sia data degna collocazione, ristrutturando un secentesco complesso conventuale di proprietà comunale, e che il tutto si compia entro l'anno successivo: Lia sa come vanno queste cose, tra burocrazie e more varie. Il Comune, vista la posta in gioco, avveduto, se ne fa parte diligente e quasi un miracolo - nel dicembre 1996 alla Spezia si inaugurano le 13 sale del Museo. Amedeo Lia, 93 anni splendidamente vissuti e portati, lo si può vedere anche oggi flaner per le sale del "suo" museo, sorridente, attento e aperto con tutti, perso a tratti lo sguardo all'in giro su quelle creature adottate dal suo amore, ciascuna con una sua storia da rievocare, a farle vive a sé e agli altri. Spiriti munifici Non sono rari, fortunatamente, spiriti munifici che hanno donato al popolo le loro collezioni e financo le dimore che le avevano accolte per una vita: il Poldi Pezzoli di Milano e il museo Mario Praz di Roma ne sono esempi illustri. Ma è cosa assai rara potersi incontrare col donatore, percorrere con o accanto a lui le stazioni di un itinerario, di un "cercare" che s'è fatto ragione di vita. Un grande collezionista è sempre interessato a tutte le stagioni dell'uomo e della sua storia, e a tutte le manifestazioni del suo bisogno del bello, della ricerca estetica; va da sè che le case museo non testimoniano dunque della ricerca di mobili o di quadri soltanto, ma che tutto lì, umili suppellettili e capolavori giocano un interscambio di allusioni, complicità, temperie. Così, è altrettanto verificabile come, accanto al bisogno - che si fa scrupolo - di acquisire tutto ciò che di valido e di... raggiungibile egli incontra nelle reliquie delle varie epoche, si vada formando in lui un certo gusto e una certa predilezione per uno stile, per un secolo, per un soggetto, che egli privilegerà poi per tutta la vita. Doppio registro Così, nelle raccolte dell'ingegner Lia, notiamo questo doppio registro: da un lato la passione per l'arte tout court, dai marmi romani ai vedutisti veneti dell'ultimo Settecento, dai gioielli barbarici ai cassettoni veneziani; parallelamente, seguiamo ben individuato il privilegiato rapporto con i fondi oro, con la pittura toscana delle origini, con i senesi del '300, e con la grande stagione veneziana da Vivarini a Guardi. Proprio questa vastità e varietà di filoni, questa poligamia appassionata, rende inopportuno, come ben osserva Claudio Paolini "il termine di collezione per le tante opere [incontrate e scelte]... dato che l'estrema varietà rende più consono per la raccolta il termine di museo... ad identificare il tempio dedicato alle Muse". Al visitatore si offrono via via opere di oreficeria romana, gioielli della Magna Grecia, marmi bronzi terrecotte preziose. Ma sono i secoli bui dell'alto medio evo ad illuminarsi qui dello splendore delle miniature, degli antifonari (eccelso quello di San Giorgio Maggiore), ad illustrarsi di fibule longobarde, di placchette in avorio gotiche, di smalti e di croci gemmate, per chiudersi con i 12 tondi vitrei quattrocenteschi dei mesi e mestieri. Poi, la grande pittura del Due e del Trecento con Barnaba da Modena, Bernardo Daddi, Piero Lorenzetti, la bottega di Giotto, di Duccio, di Simone Martini. Bicci di Lorenzo e l'Angelico ci schiudono il naturalismo sereno del Rinascimento, vissuto e ritratto sotto diversi cieli dal Sassetta, dal Bergognone, dal Vivarini, dalla terracotta policroma di Benedetto da Maiano. I grandi del Cinquecento sono quasi tutti presenti, da Raffaello (attrib.) a Giambellino a Tiziano a Tintoretto a Veronese a Moroni; fan loro cornice (si fa per dire) capolavori assoluti del Manierismo, con l'autoritratto del Pontormo, con Sebastiano del Piombo, Romanino ed altri. Alle sale dei dipinti si associano quelle dei marini e dei bronzi, dal Tacca alle botteghe del Verrocchio, dell'Ammannati, del Giambologna. Dal realismo della ritrattistica lombarda del Pitocchetto e di fra Galgario arriviamo così al Sei e Settecento, agli scenari e agli scorci di paese dei vedutistì veneti, e a quella campagna romana così cara ai protagonisti del Grand Tour; una grande sala particolare, infine, è dedicata alle nature morte: basterebbe citare il Baschenis e il cesto di fiori di Jan Brueghel. Da una costola Da una costola di questo corpus eccezionale e dalla raccolta privata rimasta in casa Lia è piaciuto ad Andrea Marmori, direttore del Museo, trar fuori la mostra di quest'anno: "Venezia. Capolavori dal XIV al XVIII secolo nella collezione Lia", che, dopo sei mesi ed il concorso di diecimila visitatori, chiude domenica primo ottobre. Il tema può sembrar curioso e strano, qui sulle rive del Golfo dei poeti. A dire il vero, già qualche anno fa la lombarda Crema dedicò una bella rassegna alla pittura del quotidiano a Venezia: ma là si respira tuttora aria di Serenissima. In realtà la dovizia di opere veneziane o venete ha qui una motivazione piuttosto fortuita. Scrive Amedeo Lia: "Gli oggetti che colpivano il mio gusto.. determinavano su di me un'emozione così forte che mi dava forza e coraggio per prender la decisione... Così, senza un preordinato programma, mi son trovato ad avere anche una raccolta di opere dello Serenissima, messe insieme una ad una". Così un percorso "veneziano" (ma se ne potrebbe individuare con altrettale ricchezza uno senese, fiorentino...) ce lo si ritrova lì, bell'è pronto, costruito e voluto a propria insaputa. Autunno del Rinascimento E allora seguiremo le opere che fin dalla fine del Duecento artisti fiorentini e di cultura composita "travasano" a Padova e Venezia: il trittico di Giusto de' Menabuoni è, in questo senso. di straordinario valore. Non sarà difficile poi, grazie alle opere di ambito squarcionesco dello Schiavone e a quelle del Montagna qui esposte, trovar traccia della scuola e di quelle che saranno le prime prove di Crivelli, di Carpaccio e Mantegna. Non sfuggirà, all'attento cultore della pittura rinascimentale, l'importanza del San Girolamo di Alvise Vivarini; così come, all'estremo temporale opposto, le fiabe mitologiche di Sebastiano del Piombo e del Romanino e la splendida Converso del Veronese ci fanno sentire, pulsanti, gli strani umori dell'autunno del Rinascimento: che ha un sussulto, pieno di grazia e di letizia carnale, nelle Nozze di Bacco e Arianna dello Stroifi. Accanto, tutta una messe di marmi, di vasi, di bronzi, di rami delle grandi botteghe veneziane e di terraferma. Suppellettili Certe raffinate suppellettili da tavola, certi rari capolavori di ebanisteria ci richiamano e ci introducono, nelle sale dedicate al Settecento (ultimo prezioso dono del Lia), agli interni e alla ritrattistica della grande pittura veneziana: dal Longhi alla Carriera a Bison. Ma sono le scene di genere, le fughe e i capricci architettonici della laguna e della terra ferma, le calli piene di fremiti dolci di vita e di acque che celebrano la grande stagione del Guardi, del Bellotto, del Canaletto, dello Zais e dello Zuccarelli, di Marco Ricci. Fino a quella trepida e malinconica rassegna di scorci e vedute con cui Carlo Grubacs, nel primo Ottocento, celebrava il declino sontuoso di un mondo: e che fanno pensare, in parallelo, al Roesler del Museo di Roma. L'unico rischio, a non dosare il tutto, a non distribuire la visita in due giorni, è quello di piombare esausti e ubriachi di cose belle. nella sindrome di Stendhal. Ma la gentilezza del personale; le schede, in abbondanti copie, nelle singole sale; l'illuminazione e il respiro degli spazi, quasi sempre felici: tutto contribuisce a farci sentire a tuo agio. Con l'acquisizione di quest'ultima struttura, poi, il futuro delle mostre al Museo Lia si prefigura ricco, aperto altresì a collazioni e a prestiti esterni. Oltre e grazie a questa "serenissima passione" di uno dei rari veri benefattori del nostro tempo.