«II ripristino e la ricostruzione di un monumento non sono la posizione promossa dal Ministero, bensì il contrario. Rappresentano solo delle eccezioni metodologiche». Lo afferma Roberto Cecchi, direttore generale per i Beni architettonici e il paesaggio del Ministero per i Beni Culturali, il più alto dirigente chiamato a decidere sul restauro dei monumenti nel nostro Paese. Cecchi interviene dopo le polemiche innescate dalla presentazione del volume speciale, dedicato a San Giorgio al Velabro, allegato al Bollettino d'arte, organo d'informazione del Ministero. Dunque, Cecchi, l'idea emersa alla presentazione, ovvero che sia tornata la stagione del ripristino come nell'Ottocento, non è quella della direzione generale? «Assolutamente no. Il ripristino si è fatto e sì farà, ma rappresenta l'eccezionalità. E' legato all'emozionalità popolare di fronte ai grandi eventi distruttivi. Lo si è accettato per il Duomo di Venzone, per la cui ricostruzione ci si è avvalsi di un esatto rilievo fotogrammetrico, per la Fenice a Venezia e il Pac a Milano. Ma non è la regola». Qual è la «regola»? «La disciplina vuole la conservazione di tutte le tracce che si sono stratificate su un edificio, per rispettare la storia. E ciò non è un elogio del rudere». A ciò si devono attenere le Soprintendenze? «Certo. Si attengano a questo scrupolo conservativo, che è quello espresso nella Carta del restauro del 1972 ispirata da Cesare Brandi, tuttora in vigore. Stiamo lavorando per un suo aggiornamento, non a una riscrittura, per ribadire il valore della conservazione e aggiornarlo all'oggi». Ma se la spinta della popolazione fosse a favore del ripristino? «Dobbiamo evitare che ciò avvenga. Per questo i messaggi lanciati in quel dibattito sono pericolosi». Quali sono gli esempi di conservazione riuscita? «Il Palazzo della Ragione a Milano e il "non intervento" statico alla cupola del Brunelleschi a Firenze: le lesioni erano solo il "respiro" dello struttura». Come giudica il restauro del Broletto di Brescia di Paolo Marconi, che sostiene il ripristino? «C'è molto da riflettere». Si è criticata anche l'integrazione dell'antico con nuova architettura, specie in ferro e vetro... «L'architettura contemporanea deve avere la sua dignità. Altrimenti riconosceremmo che non sappiamo fare architettura! Ma ci vuole qualità nell'intervento sui palinsesti storici». Le tecniche conservative hanno fatto passi avanti? «Certo. Merito della nostra cultura è stato quello di aver trovato i metodi chimici per conservare l'architettura. Penso al lavoro sfortunato e pionieristico dell'architetto Sampaolesi a Pavia, che fece le prime applicazioni di silicati. Se sul San Michele restano dei lacerti originali di scultura lombarda, e non copie, lo dobbiamo a lui». Concludiamo con Pavia: ricostruirebbe il campanile del Duomo? «Ho perplessità. Il confronto è con il campanile di San Marco a Venezia, caduto nel 1902 e ricostruito dov'era e com'era. I turisti hanno la percezione dell'antico, ma di antico non ha niente».