IL DIBATTITO. Fa sempre discutere il progetto di sistemazione dei beni culturali La pittrice Coliac: a Barletta il Comune non interviene Qualche giorno addietro ho avuto un colloquio telefonico col sindaco di Barletta, ing. Maffei, per informarmi sul destino dell'incommensurabile patrimonio storico, artistico, culturale del museo della mia città. Il sindaco, signorilmente, ha cercato di rasserenarmi sull'amaro argomento accennandomi le sue future proposte per il riassetto museale e promettendomi un incontro con le associazioni culturali della città per delineare le basi del contesto. Ho atteso invano, e, come me i responsabili delle varie associazioni culturali e no di Barletta, oltre, ne sono certa, migliaia di cittadini che l'incontro si realizzasse. Dal Palazzo di Città nessuna presa di posizione, al di là di qualche manifestazione di arroganza di persone non abilitate a gestire una questione così delicata sotto tutti gli aspetti: politico, culturale, etico, sociale, amministrativo. Barletta riavrà il suo Museo? E come sarà? «Virtuale», come si vocifera o «reale» come la cittadinanza chiede? Interrogativi in attesa di risposta. Mi rendo conto che il sindaco di Barletta ha avuto finora le sue gatte da pelare per comporre la giunta municipale. Ebbene, ora che la giunta è fatta, la città merita risposte precise e impegni concreti. Negli ambienti della civica residenza si dà per scontato che il futuro Museo avrà ampi spazi «virtuali» in ossequio a una corrente di pensiero di moda che privilegia come acutamente osserva il prof. Raffaele Iorio (Gazzetta del Mezzogiorno del 1 settembre scorso) «il museo dove si va ma non si arriva, che si vede ma non si guarda, che c'è ma non esiste, esiste ma non c'è». Il sindaco Maffei o l'assessore al ramo non hanno detto finora se condividono o meno le scelte della passata amministrazione, contenute nel progetto di museo virtuale tanto contestato da associazioni e cittadini. Barletta merita questo silenzio? Si tratta di silenzio-assenso? Se così è che ne sarà dei preziosi, innumerevoli reperti archeologici, delle prestigiose collezioni Gabbiani, De Stefano, Girondi e Cafiero, del ricco a raro lapidario, delle migliaia di «pezzi» che testimoniano la storia della società, delle tradizioni, dei costumi che ci hanno preceduti? Si tratta nella generalità dei casi di un patrimonio messo insieme con pazienza, studio, impegno finanziario di illustri concittadini che hanno voluto testimoniare con la loro donazione incondizionato amore per Barletta e per la diffusione della cultura. Merita la memoria di questi benemeriti concittadini una tale mortificazione? Quello degli spazi insufficienti è l'alibi di chi vuole imporre, dall'esterno, le proprie filosofie museali e i propri orientamenti culturali, o, peggio, ideologici, a scapito del diritto che tutti abbiamo alla fruizione "reale" di quei beni. E' questo, probabilmente, anche il frutto del "distacco" con il quale si guarda alla città, senza il calore di chi la città vive ed alla città vuole bene. Certo, non chiudiamo la porta al nuovo, alla tecnologia informatica, al multimediale, ma, come ho osservato in un precedente intervento, tutto questo deve rappresentare un valore aggiunto, non sostitutivo. Barletta possiede un complesso di opere d'arte in grado di dare vita al più grande museo della sesta Provincia, se non dell'intera regione. Perché rinunciare a questo «fiore all'occhiello» in grado di attirare visitatori da ogni parte del Paese, con indubbi riflessi sull'economia turistica della città? Oggi è possibile visitare, senza muoversi da casa il Prado, il Louvre o gli Uffizi. Basta cliccare ed eccoci di fronte alle opere di Goya, di Tiziano o di Renoir. Con quale emozione? La stessa che si avverte di fronte ad un poster che riproduce capolavori o ad un buon libro d'arte. Io, alla boa degli ottant'anni, oltre sessanta dei quali spesi per l'arte, sono ben consapevole delle emozioni che scatena la visione «reale» di un'opera d'arte, i sentimenti che affiorano nel «leggere» attraverso quei «segni» il tormento, i dubbi, la gioia dell'artista. Ed è triste pensare a magazzini ingolfati di casse e a pareti di esposizione «decorate» con freddi pannelli. I beni culturali e il diritto alla loro fruizione hanno valori che vanno molto al di là dei principi e delle arroganze di certi intellettuali. Sono patrimonio che la Storia ci ha consegnato perché di generazione in generazione tutti ne possano godere. Il «virtuale» ci aiuta certamente a facilitarne la lettura. Non deve essere l'alibi per «scipparci» i sentimenti.