Servono ben 250 milioni per il recupero di uno dei siti archeologici più noti e visitati al mondo. Da due secoli a questa parte hanno ispirato scuole pittoriche e correnti architettoniche, romanzi di successo e dissertazioni freudiane, opere cinematografiche e fiction televisive, cultura alta e cultura bassa ma gli Scavi di Pompei potrebbero arrivare ai nostri nipoti in condizioni assai peggiori di quelle in cui ci furono tramandati dalla generazione che ci ha preceduto. Tre le criticità con le quali le celeberrime rovine sono chiamate a fare i conti: l'estrema fragilità messa quotidianamente a dura prova da migliaia di visitatori, carenza di fondi e personale ridotto se rapportato ai 100 ettari complessivi di parco archeologico da gestire. L'allarme arriva dalla Soprintendenza archeologica dell'area vesuviana che amministra, oltre a Pompei, anche le rovine di Ercolano, Oplonti e Boscoreale unite ad una "manciata" di siti minori che altrove sarebbero chissà quale meraviglia dei tempi andati ma qui, al cospetto di tanta generosità della sorte, passano decisamente in secondo piano. Ed è proprio questo il paradosso più incredibile e potenzialmente dannoso per il futuro dei siti: nell'area vesuviana c'è "troppo", tanto da rendere insufficienti persino i 18 milioni annui di incasso. A guardare i dati del botteghino verrebbe da sorridere: nei primi otto mesi del 2006 solo a Pompei si sono registrati 1,8 milioni di visitatori, per una crescita del 9,2 sullo stesso periodo dell'anno precedente. In tutti gli scavi dell'area la crescita da gennaio ad agosto è stata dell'8,1 (oltre 2 milioni di biglietti staccati), tanto da far apparire scontato a fine anno il superamento del record di 2,7 milioni di visitatori del 2005. Verrebbe da sorridere perché dal 1997 l'area vesuviana ha carattere di autonomia, quindi spende per sé stessa quanto incassa. «Prima di quell'anno spiega il soprintendente Pietro Giovanni Guzzo dal ministero dei Beni Culturali ci arrivava ancora meno: dai 2 ai 3 miliardi di vecchie lire. Un passo avanti rispetto ad allora lo si è fatto, ma non abbastanza». I siti innanzitutto sono esposti alle intemperie (le piogge, per esempio, mettono a repentaglio gli affreschi), quindi necessitano di costanti quanto accurati restauri. Al momento, per esempio, è chiusa per manutenzione la Casa dei Vettii, una delle più interessanti dimore ellenistiche dell'area la cui consegna dovrebbe avere luogo tra circa due anni, e non si tratta dell'unico cantiere in corso d'opera. «Tutti lavori di ordinaria manutenzione continua Guzzo dal momento che siamo costretti a procedere tappando progressivamente le falle di una barca invasa dall'acqua. Il guaio è che appena se ne ripara una ce n'è subito un'altra sulla quale è necessario mettere le mani». Quanto ci vorrebbe allora per un recupero integrale dell'area archeologica vesuviana? «Le nostre sitme risponde Guzzo fanno riferimento ad almeno 250 milioni. Ma parliamoci chiaro: è una cifra che servirebbe appena a riportare i nostri siti ad una condizione di decenza. Mettere mano su un edificio pompeiano, da due secoli esposto alle intemperie, è un'operazione che costa enormemente. Qualche iniziativa stiamo riuscendo a portarla avanti grazie a specifici accordi di programma con la Regione Campania e a sponsorizzazioni di privati, ma è ancora poco». Operazione curiosa quanto interessante, per esempio, è stata l'anno scorso la collocazione nella Casa del Fauno di un mosaico riproducente la battaglia di Alessandro (l'originale è al Museo Archeologico di Napoli, ndr). A breve, poi, si interverrà su piazza Anfiteatro con una gara pubblica del valore di 1,4 milioni per il riordino di uno fra i più frequentati accessi al sito di Pompei. Discorso complesso è quello che riguarda il personale. Al momento nei siti sono attivi 700 dipendenti, ma di questi soltanto 12 sono archeologi e 7 architetti. «Mancano professionalità altamente specializzate dichiara Guzzo che tengano sotto controllo tutti i siti dipendenti dalla Soprintendenza. Con così pochi uomini lavorare bene è davvero un'impresa». In ultimo i custodi, con i quali è in atto una vertenza che non trova soluzione da circa 20 anni: argomento del contendere un aumento dei salari. Ne consegue che ogni mese con puntualità un'assemblea sindacale pregiudica le visite per una buona mezza giornata. Situazione anomala per un sito archeologico che per visite è secondo solo al Colosseo.