A 11 anni dal crollo il gioiello del barocco torna a splendere. Niente acciaio né cemento. La chiesa siciliana è stata ricostruita con tecniche e materiali d'altri tempi. E già svela la sua magnificenza. CAMPANILI RITROVATI Le cupole dei campanili erano diventate grigie con il passare degli anni. Durante il restauro sono state trovate alcune tracce di rosso, il colore originario, ed è stato deciso di recuperare la tinta iniziale. FACCIATA MAESTOSA Il prospetto principale è ormai libero dalle impalcature. La pietra è stata pulita per ridare alla chiesa il color oro tipico della pietra di Noto. Le decorazioni sono state totalmente restaurate. NUOVA CUPOLA Crollata il 13 marzo 1996, è stata ricostruita. La struttura esterna è ormai pronta. Resta solo da completare la lanterna. Marmo o pietra di Modica? Il dubbio che tormenta gli abitanti dei vicoli color oro di Noto riguarda il pavimento della cattedrale: sarà meglio rifarlo in stile Novecento o alla maniera settecentesca? Una parte della città, schierata con Salvatore Bellomia, il parroco della chiesa, vuole il marmo. Il resto del paese invece sta con i progettisti e spera nella pietra di Modica: bianca, porosa, indistruttibile. La controversia porta con sé vivaci dibattiti, petizioni popolari, atmosfere pirandelliane, ma soprattutto una certezza: la riapertura del duomo simbolo del Barocco siciliano è questione di mesi, visto che il nuovo pavimento sarà posato alla fine del restauro. Lontanissimi i periodi delle polemiche, pur sacrosante, che seguirono il crollo della cupola e della navata destra: i fondi inadeguati, i pochi operai, i capitelli finiti in una discarica, le imprese litigiose che bloccarono i lavori. Acqua passata: la cattedrale di Noto rinascerà ad aprile. L'interno e l'esterno della chiesa sono ancora in parte avvolti dalle impalcature. La facciata però è già libera dai tubi d'acciaio e già svela tutto il suo incanto. Davanti al duomo, seduti sulla scalinata di Palazzo Ducezio, sede del comune, gruppetti di turisti mescolati a signori del posto contemplano ammirati. Al primo piano dello stesso edificio anche il sindaco Corrado Valvo, eletto a giugno con una lista civica di centrodestra, ammira dalla sua finestra la rinascita del simbolo della città. Già pensa al giorno della riapertura: «Organizzeremo una grande cerimonia: una festa che rimarrà nella storia. Tutto il mondo aspetta questo momento, compresi gli operatori turistici che prevedono l'arrivo di 1 milione di visitatori nei due mesi successivi». I lavori, fino a oggi, sono durati sette anni, per un costo di poco più di 25 milioni di euro. Sono serviti 81 mila blocchi di pietra, presi dalle cave di Testa dell'Acqua, a pochi chilometri da Noto. La scelta dei progettisti è stata di rifare la cattedrale con la stessa tecnica usata originariamente: mattone su mattone, uno legato all'altro con una malta a base di calce preparata da una ditta trevigiana. Niente cemento, né acciaio. Gli operai, dopo un periodo di formazione, sono diventati dei fini artigiani della pietra. «Un cantiere settecentesco nel Terzo millennio» riassume orgogliosamente l'architetto Salvatore Tringali, progettista e direttore dei lavori, da 25 anni consulente del vescovo per il restauro delle chiese e i palazzi della diocesi di Noto. «Rinunciare a tecnologie e materiali moderni, utilizzati per esempio per ricostruire la basilica di Assisi o il teatro La Fenice di Venezia, è stata una scelta unica al mondo» sottolinea Tringali. «Se avessimo optato per il calcestruzzo, avremmo impiegato la metà del tempo, ma non sarebbe stato lo stesso. Adesso la cattedrale è stata fatta come doveva essere costruita 300 anni fa: tecnicamente quindi è stato un restauro migliorativo». Il crollo del 1996 fu causato da un errore compiuto all'epoca della prima edificazione. I pilastri erano stati riempiti con grossi ciottoli di fiume, disposti alla rinfusa e tenuti assieme alla buona. «Rifare i dieci piloni che reggevano la chiesa, ognuno alto 6,5 metri, è stata la cosa più complicata: è durata tre anni e mezzo» spiega Tringali. «Anche i piloni della navata sinistra, che pure non erano crollati, sono stati demoliti e poi ricostruiti. In questa maniera abbiamo corretto i difetti della struttura originaria». Mentre i pilastri venivano alzati, un mattone sull'altro, il duomo veniva sorretto con un complicato sistema di sostegni in acciaio. «Ogni pietra è stata tagliata, sollevata, adattata e infine fissata con la calce» spiega l'altro progettista, l'ingegnere siracusano Roberto De Benedictis. «Un lavoro immane, ma l'unico possibile perché la cattedrale non fosse un falso, ma invece una copia: una riproduzione che manterrà intatto il messaggio artistico ed espressivo che ha sempre avuto. Saprà, insomma, ridare quel brivido storico che trasmetteva. E questo era quello che volevamo». Serviranno però almeno altri sei mesi prima di poter riprovare quel «brivido». Dentro il duomo il cantiere ferve: una trentina di operai e 20 restauratori lavorano su due turni, dalle 7 di mattina alle 6 di sera. Rimangono da ultimare la lanterna, alcune cornici e le tre cappelle, dove ragazzi e ragazze in tuta bianca stanno restaurando capitelli, statue e decorazioni. Ad aprile, dopo l'inaugurazione, comincerà poi una fase importante quasi quanto quella del restauro: la decorazione pittorica e scultorea. A scegliere i temi e gli artisti che ridaranno splendore agli interni sarà una commissione, presieduta da Vittorio Sgarbi, critico d'arte e assessore alla Cultura di Milano. «Le decorazioni saranno eseguite seguendo il principio che ha ispirato il progetto di ricostruzione: usare cioè gli stessi temi e criteri di allora» spiega Sgarbi. «Ho individuato personalmente degli artisti italiani e stranieri contemporanei di bravura straordinaria: per esempio Lino Frangia, che dipinge come Tiepolo, oppure Ottavio Mazzonis, che usa lo scalpello come Michelangelo». Nell'attesa ci sarà intanto da rallegrarsi per la riapertura. «Un miracolo» sorride il vescovo di Noto, Giuseppe Malandrino, nato e cresciuto a Pachino, pochi chilometri a sud di Noto. L'alto prelato ha seguito fin dall'inizio il cantiere, che visita periodicamente: «I lavori non si sono mai fermati» dice «questa chiesa è il simbolo del sano meridionalismo che non sì rassegna di fronte ai problemi. Riavere la nostra cattedrale a 11 anni dal crollo, dopo averla rifatta in una maniera unica al mondo, è un risultato insperato. Basta pensare a come spesso vanno le cose in Sicilia, alla Siracusa-Gela che hanno progettato cinquantanni fa ed è ancora in alto mare... Allora sì, a Noto è accaduto un miracolo».