DOMANI sarà il suo ultimo giorno in via della Ninna, da dove per diciotto anni ha guidato la soprintendenza per i Beni artistici e storici di Firenze, Prato e Pistoia. In tutto dirà addio a trentasette anni al servizio dello Stato, spesi sempre e comunque a difendere il nostro patrimonio culturale. Ma Antonio Paolucci non è certo uomo da pensione. E infatti si contano i giorni che lo separano dal probabile nuovo incarico di assessore alla cultura di Palazzo Vecchio. Praticamente attraverserà la piazza. Professore, ci siamo. Che effetto le fa lasciare questa scrivania? «In questi anni ho attraversato tutti i gradi della carriera e in verità non potevo chiedere di più, in termine di fortuna e successo. Ho iniziato nel 1969 alla soprintendenza di Venezia, poi Verona, Mantova. Ho avuto la soprintendenza dell'Opificio delle Pietre Dure, sono stato ministro nel governo tecnico di Lamberto Dini, responsabile del Polo museale fiorentino e Direttore generale dei Beni culturali della Toscana». Il suo curriculum è interminabile, ma c'è qualcosa di cui è più orgoglioso di altro. «Sì, due cose essenzialmente. La prima riguarda la sistemazione dell'eredità Bardini, con l'acquisizione di due Antonello da Messina per gli Uffizi e dello Stemma Martelli di Donatello per il Bargello. L'altra cosa di cui sono orgoglioso è l'incarico di commissario governativo per il restauro della Basilica di San Francesco ad Assisi dopo il terremoto del 1997. Per due anni ho dato l'anima in quell'impresa, ma ne è valsa la pena». Al di là delle opere d'arte, a Firenze cosa lascia? «Lascio il fatto che questa scrivania è diventata la più importante, subito dopo quella del sindaco. E sono sicuro che Cristina Acidini, che mi succederà, continuerà su questa strada». Beh, se codesta scrivania non è importante a Firenze... «Ma soprattutto lo deve essere nella Firenze di questi anni. Un tempo la nostra era una città al plurale: c'era il turismo ma c'era anche l'editoria, la finanza, l'industria, gli artigianato. C'erano tante cose. Adesso è quella che si dice una one company town. Una Disneyland del Rinascimento, un divertimentifìcio culturale, come del resto Venezia lo è diventata prima di noi. Certo, è un fenomeno che ha prodotto ricchezza e forse era una deriva inevitabile. Diciamo che tutti noi non abbiamo arginato, ostacolato il flusso. O forse non ne siamo stati capaci». Come dire, una città che ha perso l'anima. «Non so se ha perso l'anima. Certo lo vedo come un processo negativo». Quando è cominciato tutto questo? «Credo che il colpo al cuore sia stata l'alluvione del '66 che ha svuotato la città. Da Borgo Tegolaio a via dei Macci gli artigiani se ne sono andati. Da Santa Croce a San Frediano i residenti hanno lasciato il posto a studenti, turisti, responsabili dei negozi grandi firme. Forse in questo senso ha perso l'anima. Certamente è stata creata una ricchezza per certi versi illusoria». E' possibile invertire la marcia? «Non lo so se si può tornare indietro. E non so quanto una parte della cittadinanza ne sarebbe contenta». Da assessore alla Cultura si potrebbero fare diverse cose su questo fronte. «Sì, si potrebbero fare». E quindi farà l'assessore al sindaco Domenici? «Non lo so. E' una cosa di cui si parla, ma per adesso è solo questo». Lei un'idea precisa su come impostare la politica culturale della città ce l'ha già, di sicuro. «Potrei averla». Si è pentito di aver detto no al governatore Martini quando nel 1999 le chiese di fare il vicepresidente della giunta regionale? «No, sono stato molto onorato della proposta e l'ho ringraziato, ma in qual momento ero utile qua, in soprintendenza. Stavo operando una trasformazione importante. Stavano entrando i privati e stavamo riorganizzando moltissimi servizi. Quando sono arrivato nell'88 tutti i musei chiudevano alle 13. Se uno voleva comprare una cartolina degli Uffìzi da mandare alla morosa doveva andare dal tabaccaio. Non c'era neanche un book shop». Cosa ne pensa della Fondazione culturale? «Penso che deve decollare. E' vero che abbiamo quella meraviglia di Palazzo Strozzi. E' vero che a Firenze si viene da ogni parte del mondo. Ma è anche vero che si viene per i musei, non per andare alle mostre. E quindi la Fondazione deve rendersi conto che è con questo, con i nostri straordinari musei, che deve competere».