Sulla plancia di comando dei musei statali fiorentini, una nave che traghetta ogni anno oltre cinque milioni di passeggeri, domenica sale Cristina Acidini. È la nuova soprintendente del polo museale e sostituisce un nome di peso come quello di Antonio Paolucci, in pensione e ora sul punto di diventare assessore alla cultura di Firenze. Cristina Acidini è dal 2000 (e resterà per un po') responsabile dell'Opificio delle pietre dure, è storica dell'arte decisa, sensibile a cercare strade innovative e antielitarie su come proporre l'arte nei musei, appartiene al genere dei fiorentini riservati e di pochi salamelecchi, ha scritto un giallo d'arte, La scritta sul vetro, e il romanzo storico La lupa e il leone. Partiamo da un problema non solo fiorentino. Gli Uffizi e l'Accademia straboccano di gente, musei-gioiello come il Bargello non sono frequentati quanto meriterebbero. Il «Cristo morto» del Mantegna, spostato da Brera a una mostra a Mantova, attira più persone. Qualcosa non quadra nel modo in cui visitiamo i musei? "E una tendenza con la quale si deve convivere, opporvisi sarebbe come opporsi a un fiume, e dipende dalla natura diversificata del pubblico mai studiata a sufficienza in Italia: c'è chi viene per una volta e ha diritto di vedere realtà grandi come l'Accademia e gli Uffizi, c'è chi torna ed è interessato a cose meno note, poi i fiorentini, i toscani e gli italiani che vanno alle mostre. Sono pubblici diversi da accontentare con offerte diverse, è un lavoro da approfondire." C'è chi vuole una Fondazione per gli Uffizi. Cosa ne pensa? "Spero che chi la vuole non venga ascoltato. È un proposito ventilato da precedenti governi, e non solo, e non gli darei accoglienza perché comporta l'ingresso di soggetti diversi dallo Stato (penso al Museo Egizio di Torino) come banche ed enti locali. A mio parere la vocazione storica del polo museale fiorentino è essere un compendio dei musei di Stato e nei ruoli decisionali dovrebbe restare lo Stato. Invece una fondazione sposta le capacità decisionali in un punto dove pubblico e privato si incontrano, ma non sempre nel punto più auspicabile. Il privato d'altro canto c'è già con il concessionario delle biglietterie, dei bookshop, con gli sponsor... Altro discorso sono le collaborazioni fruttuose con la Regione, gli enti locali, le banche: ben vengano." Come si risolve la «grana» dell'Opificio? Il ministero vuole accorparlo con altri organismi sotto un nuovo Istituto unico del restauro con capo a Roma perché deve risparmiare sui dirigenti. O, se l'Opificio manterrà il suo soprintendente, a rischiare è la progettata autonomia della Biblioteca nazionale. "Questo legame è stato indicato dagli organi romani e rientra in una logica di accorpamento e di risparmio: all'Opificio viene tolta la posizione del suo dirigente e viene potenziata la direzione della biblioteca nazionale. Ma spiace che vada a scapito di un antico istituto come l'Opificio, creato dai Medici nel 1588." Ma perché l'Opificio deve avere un suo soprintendente? "Non per campanilismo. Porlo sotto il potere decisionale altrui vuoi dire diminuire la libertà di scelta nelle ricerche scientifiche in cui siamo all'avanguardia, nelle consulenze richiesteci in Italia e all'estero, nella capacità di collaborare con progetti scelti da noi. Vedo come una perdita grave per la cultura del restauro il giorno in cui la parola definitiva spetterà a Roma. Come si è visto in questi giorni queste posizioni corrispondono a un sentire diffuso, motivato, espresso da tanti cittadini e dalle istituzioni."