Ieri ho letto sul Corriere la notizia che la gloriosa pasticceria Taveggia ha chiuso. Questo non può che indurre i milanesi a una riflessione pacata ma disincantata sul fatto che a poco a poco la loro città se ne va. Se ne andò tanti anni fa Cova da piazza della Scala, poi l'Hotel Continental da via Manzoni, se ne è andato Brigatti da corso Venezia, se ne è andato Ercolessi da piazza San Carlo, se ne è andato Ghidoli da piazza Fontana e via discorrendo. Tutti esercizi che contribuivano a fare di Milano la nostra Milano. Ora chiude anche Taveggia; arriverà l'ennesimo negozio anonimo togliendoci un altro pezzo di storia. L'identità di una città è fatta anche dei suoi esercizi storici che, quando sono così caratterizzanti per la sua immagine e le sue radici, meriterebbero di essere vincolati così come si vincola un monumento. Come ho già avuto occasione di dire, non sono affatto contrario a vincolare alcune delle opere dei writers del Leoncavallo: rappresentano il presente. Ma vederci portare via pezzi della nostra storia giorno dopo giorno richiede una riflessione alle Autorità Comunali e alla Soprintendenza. Cosa sarebbe Roma senza il Caffè Greco, o Firenze senza Procacci; e Torino senza Il Cambio? Milano assiste imperturbabile alla chiusura di Taveggia? E se i milanesi battessero un colpo e decidessero di autotassarsi per comperare (ammesso che fosse possibile) lo storico locale? Chissà quanti direbbero «Io ci sono»! Io ci sono. Amministratore delegato Fai