Evito considerazioni personali suggerite dal rammarico di non aver letto le certamente interessanti considerazioni di due collaboratori de l'Unità, che stimo, Sigmund Ginzberg e Ibio Paolucci. Leggo, invece, la strana recensione di Renato Barilli, sotto il titolo un po' allarmante: Ecco come Mantegna diventa una kermesse. Troppe cose mi legano e mi separano da Renato Barilli, di cui fui allievo all'Università di Bologna, e troppi fatti personali rendono il suo giudizio non sempre sereno, come dimostra l'intenzionale scelta di non citare il mio nome con l'ambiguo effetto di criticarmi senza nominarmi (e potrebbe perfino apparire una delicatezza). Ma voglio soltanto osservare alcune imprecisioni rivelataci. Digiuno di pratica filologica, il Barilli, che è stato professore di Estetica e di Storia dell'Arte Contemporanea, da qualche anno scrive, anche su quotidiani, di mostre d'Arte Antica. Opportunità perfettamente legittima, considerata la vasta cultura generale di cui è dotato. Ma la mancanza di competenza specifica a volte lo conduce fuori strada. È abbastanza stupefacente, infatti, che, parlando della formazione di Mantegna, Barilli si esprima quasi in termini televisivi, così generici da risultare insignificanti: «Ma soprattutto a Padova si ha il "tramando" che più conta .. infatti vi era giunto poco prima da Firenze, il grande Donatello, col suo stile eccezionale...». «Tramando», è una citazione interna da Francesco Arcangeli che le aveva dato un significato molto preciso di radice storica e culturale resistente, come per archetipo, nei secoli, (da Wiligelmo a Morandi, per intenderci). Non si capisce cosa debba tramandare, il fiorentino e moderno Donatello, al padovano e antico Mantegna. Quello che di Donatello interessa a Mantegna è il vitalismo dell'energia plastica, l'esperienza scultorea in senso tecnico. È altrimenti evidente che, in quanto pittore, egli si muova nelle due dimensioni. Ma con quanta potenza plastica e architettonica lo si intende davanti al Trittico di San Zeno. Resta, infine, indecifrabile ( dal momento che vale per almeno mille artisti) cosa sia il «suo stile eccezionale». Anche l'incomprensione di Mantegna è totale quando si legge: «Che il sovrappiù di ingombro plastico dell'espressione scultorea si riduce a un intrico, a una ragnatela di pieghe minuziose .... che è la costante stilistica del Mantegna, una incessante riduzione al piano che lascia teste, mani, corpi, frementi di solchi, di rughe, di attorcimenti. Per cui è stolto pretendere di andare a scoprire opere plastiche del Nostro, come a torto si è tentato di fare nella sede mantovana». Siccome questo essere stolto investe direttamente il sottoscritto, e con lui specialisti come Giancarlo Gentilini, Clara Gelao (che ha scoperto la scultura più vicina al Mantegna, concepita a Padova e inviata a Irsina in Basilicata, la Sant'Eufemia in Pietra di nanto) Italo Furlan e un grande mantegnista come Ridolfo Signorini, mi permetto di confutare il Barilli perché, se è bensì vero che forse il Mantegna non ha mai prodotto sculture materialmente (nonostante che le fonti antiche lo paragonino a Policleto) è, invece, accertato che egli fornì disegni per sculture e gruppi scultorei, come provano le derivazioni dirette dei Compianti di Viadana, di Milano, di Medole e di Verona. È veramente incredibile che, al di là della fattura, Barilli definisca: «Una caduta di livello la pretesa assurda di cogliere una qualche aura del maestro» nel Compianto di san Bernardino a Verona. Provi a aggiornarsi sugli studi del Gentilini o dell'Algeri e si renderà conto dell'evidenza che egli ignora. D'altra parte, che la sua conoscenza della scultura del Rinascimento, anche bolognese, sia scarsa, lo dimostra il riferimento a quello che in mostra non c'è (ciò che farebbe pensare che il critico, diversamente fa Ginzberg e Paolucci, non ha visitato le mostre limitandosi a recensirne i cataloghi): «Certo, fanno magnifica mostra i gruppi tormentati di Nicolo dell'Arca e del Mazzoni». Dei due artisti, infatti, vi sono soltanto singole sculture, in particolare i due San Domenico di Niccolo dell'Arca (uno dei quali di mia proprietà) tutto meno che tormentati. Ma il riferimento insopportabile, trattandosi di una mostra del Mantegna, è quello al Cristo morto di Brera, giudicato incredibilmente «alquanto superfluo in un contesto già ricco per conto suo», dimenticando che si celebra il quinto Centenario della morte dell'artista e che il Cristo morto è tra le opere trovate nel suo studio a Mantova dopo la morte del pittore. Evitando qualunque altra considerazione sul valore simbolico e sull'importanza artistica del dipinto, che non può essere subordinata al tifo calcistisco per una delle due squadre Milano o Mantova, il Barilli, infatti, spiega così la sua contrarietà: «II trasferimento, ahimè, sembra dettato più che altro dal miraggio di staccare qualche biglietto in più». Oltre a essere una motivazione non spregevole, come avere un famoso direttore d'orchestra o un cantante in una prima di opera lirica, non è affatto un miraggio. Il richiamo di opere note nella mostra di un importante artista antico, è ovvio e giusto. Altrimenti, le stesse osservazioni, e con maggiore fondamento, per la fragilità, il peso e anche il rapporto con l'edificio che lo contiene, Barilli poteva fare per il Trittico di San Zeno il cui spostamento viene invece approvato che, con ulteriore contraddizione, considera la tappa di Verona, a Palazzo della Gran Guardia, giustamente incentrata nell'ossequio di una delle opere più importanti dell'artista, la Pala di San Zeno. Salvo ritenerla però «aducciata da una troppo numerosa schiera di minori». Cosa non vera proprio in virtù della premessa di cui le opere dei pittori veronesi sono la documentata testimonianza. E certamente minori non sono né il Venaglio, mantegnesco ortodosso, né Francesco Morone né il grande Liberale da Verona, né Bartolomeo Montagna, né il magnifico miniatore Gerolamo Dei Libri, né il grandissimo Francesco di Bettino, da me accostato a quel William Blake, con il quale Barilli ha maggiore confidenza. Ma il colmo è che, dopo il tifo di Barilli per Brera, la redazione della pagina culturale de l'Unità, per illustrare il suo articolo, abbia scelto un bellissimo disegno per il Cristo morto. Evidentemente, anche per altri occhi non superfluo.