Tra i temi dibattuti dell'estate c'è stato quello sulla possibilità di recuperare l'architettura fascista. Francesco Bonami, sul Riformista, è intervenuto con un articolo dal titolo «Recuperare l'architettura fascista non è un indulto per il regime». Il nodo è il seguente: rivalutare l'architettura fascista oggi assolve automaticamente il regime che l'ha prodotta oppure è lecito valutarla autonomamente? Bonami non ha dubbi: «Rivalutare la produzione culturale di un'epoca non necessariamente significa rivalutare la cultura di quell'epoca». Conclusione condivisibile se non fosse approdo di un argomentare storico all'apparenza plausibile ma in realtà, non fondato su fatti e contesti, falso e tendenzioso. «E' innegabile», prosegue Bonami, «che l'architettura fascista sia stata uno dei pochi esempi dove l'Italia ha abbracciato con convinzione l'innovazione moderna e razionalista. Alcuni edifici, prima fra tutti la Casa del Fascio disegnata da Terragni a Corno, sono veri e propri capolavori...». Il primo dato da confutare è la confusione tra architettura fascista e architettura realizzata sotto il fascismo: negando la specificità della prima e identificandola con quella moderna e razionalista, Bonami assolve il regime quanto meno sul piano culturale. Urge invece distinguere. L'architettura fascista, in primo luogo, espressione cioè di un regime autoritario e antidemocratico, non solo esiste ma ha deturpato con il suo stile monumentale, retorico e anacronistico, interi panorami urbani e territoriali. Tra i suoi protagonisti spiccano Marcello Piacentini, Vittorio Ballio Morpurgo e Saverio Muratori. Ma, a dispetto dello stile ufficiale, il fascismo tollera, almeno fino al 1937, la presenza di altri linguaggi, come il razionalismo, nel cui ambito si colloca appunto la Casa del Fascio di Terragni, autentico capolavoro. Accade così che Terragni, fascista convinto, realizzi un'architettura moderna, dinamica, autentica e a scala umana, dunque antifascista. Bonami chiama quindi opportunamente in causa il caso emblematico dell'Eur di Roma, nella cui odierna rivalutazione l'opportunismo culturale e politico sposa il revisionismo storico. «Sarebbe assurdo immaginare di buttar giù l'Eur per cancellare la memoria del fascismo. Ricordare è sempre meglio che dimenticare». Appunto. Se si vuole però ricordare correttamente, senza fare, è il caso di dirlo, di tutta un'erba un fascio, occorre dire che, nel 1937, dopo la redazione di un primo piano urbanistico bypartisan - a firma cioè di Pagano, Piacentini, Piccinato, Rossi e Vietti - decisamente articolato e moderno, lo stesso è totalmente snaturato dalla sostituzione della pietra al vetro e all'acciaio e dall'abrogazione dei dislivelli stradali. Anche i concorsi indetti nello stesso anno per i singoli edifici, dal Palazzo della Civiltà Italiana a quello delle Forze Armate a quello dei Congressi, per non parlare degli incarichi attribuiti direttamente, premiano la visione scenografica e celebrativa, monumentale e simmetrica, traboccante di marmi, pietre, mattoni, archi e colonne. Lo ricorda sconsolato Giuseppe Pagano nel 1941, sulle pagine di Casabella da lui diretta: «L'Olimpiade della civiltà si trasformò in un famedio da marmorino, vinse l'accademia, e sulla piallata delle Tre Fontane i due miliardi finora spesi monumentalizzarono il vuoto... Marcello Piacentini capitaneggia schiere di architetti disinvolti che scherzano con lo spessore dei muri e col pubblico denaro offrendo raccapriccianti esempi di leggerezza e gareggiando con gli scenografi da operetta pur di monumentalizzare l'Italia... la spudorata esibizione di marmi, di graniti, di metalli e di strutture costosissime serve soltanto a umiliare, avvilire e oltraggiare il vero e onesto carattere delle maggiori città italiane». E lo straordinario progetto di Terragni per il Palazzo dei Congressi è bocciato a favore di quello di Adalberto Libera, pronto ad accettare i compromessi imposti dalla piuria pur di realizzarlo. Non si tratta allora di demolire l'Eur ma di raccontarne la storia, quella della contrapposizione violenta, senza mediazioni, tra due fronti contrapposti, il fascismo e la modernità, vittorioso il primo, sconfitta la seconda. Perché, occorre aggiungere, la presenza anche consistente di episodi moderni, dal Palazzo delle Poste dei Bbpr al Palazzo dei Congressi di Pierluigi Nervi a quello dell'Eni di Bacigalupo e Ratti, dai bastioni della Esso di Moretti alla Torre Ibm di Gino Valle, non riesce a riscattare un impianto che resta irriducibilmente e disperatamente fascista. Non solo. Dato che il piano regolatore di Roma recentemente approvato vincola i soli edifici monumentali, Bonami può stare tranquillo: sono quelli moderni, come le Tórri di Cesare Ligini, a rischiare la demolizione. La tematica affacciata da Bonami è dunque di drammatica e allarmante attualità, come attesta la mostra Le città di pietra curata da Claudio D'Amato nell'ambito della Biennale di Architettura appena aperta a Venezia e dedicata a Città. Architettura e società, Ripropone infatti, senza pudori e infingimenti, «la tradizione contro la modernità», l'architettura muraria mediterranea degli anni Trenta al «sogno bianco» del razionalismo nordico, la colonna, l'arco, la volta e l'obelisco all'«architettura modernista, hightech, destrutturata, priva di memoria, sradicata dalla propria tradizione». É difficile credere, anche al cospetto di tanto delirio, che, a distanza di ventisei anni dalla famigerata biennale «La Strada Novissima», qualcuno abbia la spudoratezza di additare quale soluzione ai mali della megalopoli contemporanea, quale alternativa alle straordinarie prove architettoniche dell'ultimo decennio, la città ellenistica, il fronte mare di Bari e Tarante, le città di fondazione di Latina e Portolago, «lo stile» di Piacentini, Mazzoni, Ballio Morpurgo e Brasini. A questi nobili e autorevoli precedenti si ispirano i partecipanti al concorso «Progetto Sud», tutti italiani di sana e robusta costituzione, vecchie e nuove conoscenze: portici, acropoli, colonnati, mausolei, monumenti commemorativi, piazze sacre e chiese ecumeniche a tre navate, «filologicamente ed esteticamente congrui» ai fronti suddetti, dovrebbero suturare, a Punta Perotti, Crotone, Siracusa e Pantelleria, i vuoti lasciati dalle demolizioni di quelli abusivi. Il finale è a sorpresa: al vincitore, proclamato da una giuria presieduta, in barba a ogni deontologia professionale, dallo stesso D'Amato, verrà assegnato il Leone di pietra istituito da Aldo Rossi nel 1985: nuovo guru della rinascita italica, dalla gigantografia che conclude la mostra risponde al nostro stupore con ghigno beffardo.
Il Riformista
26 Settembre 2006
L'architettura fascista non è l'architettura sotto il fascismo
AD
Adachiara Zevi
Il Riformista
Artista / Persona
Bene culturale
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