La notizia delle dimissioni del mio vecchio amico Simone Siliani dalla prestigiosa ma scomodissima carica di Assessore alla Cultura del Comune di Firenze, che personalmente mi è dispiaciuta perché credo sia stata una scelta per lui sofferta, è comunque stata tutto meno un fulmine a ciel sereno. Se ne parlava ormai da parecchio tempo; e ve n'erano segni non ardui a interpretarsi. Che cosa accadrà adesso - le dico mentre si sta già scatenando la ridda dei nomi, più o meno eccellenti, del probabile successore - è meno facile da capire. Che il Sindaco Domenici si sarebbe assunto ad interim l'ufficio era prevedibile: ma non è un segnale confortante. Non solo perché di solito le funzioni interinali vengono sempre svolte per loro natura un po' "distrattamente", e la cultura a Firenze ha bisogno di tutto meno che di distrazione. Ma anche perché l'interim può esser comodo per chi lo assume e durare anche a lungo, consentendo di aggirare un problema serio anziché affrontarlo. Dico questo perché è evidente che attorno a quella poltrona vuota si stanno addensando voglie, ambizioni, interessi, sogni di potere, desideri di rivincita, pulsioni frustrate e propositi revanscisti; ma più evidente ancora è che quanto hanno davvero, al riguardo, un peso e un potere decisionale non si trovano, in questo momento, sulla stessa lunghezza d'onda. Sarebbe necessaria, e al più presto, una seria e solida intesa tra Sindaco e Ministro dei Beni Culturali: sulla base di essa, il convergere su una candidatura seria e prestigiosa sarebbe possibile. Esiste, o è a tutt'oggi configurabile, tale intesa, che ne sottintenderebbe una anche su una serie di nomine e di posti-chiave nella cultura cittadina, dal Gabinetto Vieusseux al Maggio Musicale e così via? E se tale intesa non c'è, si tratta di divergenze programmatiche, di dissapori personali o di braccio di ferro tra Quercia e Margherita? E, nella terza ipotesi che sarebbe anche la più malaugurata, il problema è d'indirizzi culturali o di lottizzazione? Ma se dell'ultima cosa si tratta, se ne deve dedurre quindi .che anche stavolta le ragioni di schieramento e di tessera o di clientela prevarranno su quelle dettate dalla ricerca dell'eccellenza, che magari potrebbero portare alla scelta d'un personaggio autorevole ma anche (o proprio per questo) super partes? Si proverà a far qualche scelta originale, magari coraggiosa, o si ricorrerà a qualche mezza manica che sia però di una qualche 'sicura fede' quindi ben controllabile? Nell'attesa, vien voglia di ricordare una delle tante celebri frasi del cavalier Benito Mussolini. Pare che il Duce abbia detto una volta che governare gli italiani non era impossibile: era inutile. Ho l'impressione che, al di là delle scelte relative al posto di Assessore, la stessa cosa sia il cercar d'interessare i fiorentini alla cultura. Per cui, su quella poltrona potrebbero anche insediarsi un nuovo Goethe o un redivivo Tolstoi, ma le cose non cambierebbero poi di molto. Il punto non è la qualità dell'amministratore, che certo è importante: bensì quella degli amministrati. Firenze, sotto il profilo culturale, perde colpi perché ne perde anche sotto quello civile, sociale, di qualità della vita: anzi, tutti questi aspetti sono strettamente collegati tra loro. Da una città che si va riempi en d o sempre più di hangar dove si distribuisce fast food per turisti e di siderei templi delle grandi firme internazionali della moda che soppiantano i negozi e le botteghe d'una volta, da una città che non riesce a tener sicure e pulite le sue piazze storiche né a risolvere il problema dell'ingresso ai suoi musei, non c'è da aspettarsi nulla. E difatti perdiamo uno per uno i nostri gioielli di famiglia: o li barattiamo con loro dozzinali imitazioni. Il Maggio Musicale e la stagione lirica invernale sono l'ombra di quel che erano; praticamente, non abbiamo più delle serie stagioni di prosa; i cinema cittadini stanno cedendo sempre più terreno alla logica delle multisale periferiche; le nostre librerie, anche quelle che coraggiosamente hanno provato a sperimentare formule 'aperte' e innovative, fanno fatica a sopravvivere perché la gente compra pochi libri; i musei sono ingorgati oppure, quelli nuovi già da tempo annunzia-ti, sono in fase di stallo (invece prosperano i museacci trappola per turisti, tipo quelli della tortura: vicino a San Lorenzo ne hanno aperto anche uno sugli orrori della Firenze del tempo di Dante: vedere per credere; Leonardo, vacci a dar un'occhiata che poi si ride). E allora? Qualcuno chiede alla cultura fiorentina di domani una 'politica dei Grandi Eventi', tipo le importanti mostre ò i prestigiosi convegni. Verrebbe da ridere: ma quali Grandi Eventi, se ci siamo fatti soffiare quasi del tutto la moda (pensiamo ai Pitti eccetera), che ormai trionfa a Roma e a Milano mentre da noi il tentativo di una seria Universittà del Turismo, della Moda e dell'Artigianato è finito in un quasi-nulla? Se ci siamo fatti fregare la Biennale dell'Antiquariato, che in questo momento sta facendo un successone al Grand Palais di Parigi? Eppure, certo, i Grandi Eventi restano fondamentali: sono una carta da giocare. Sono comunque necessari: ma non sufficienti. Essi rappresentano nella cultura quel che le merci costose rappresentano nel commercio. Quando in un paese circolano solo le merci dì gran prezzo, vuoi dire che l'economia va male: pensate a certe città dell'Asia e dell'Africa, dove la gente quasi non ha da mangiare e dove non sì vedono che negozi di oreficeria e gioielleria. Segno di economia in buona salute è la circolazione di merci 'povere' e quotidiane. Allo stesso modo, se a Firenze le performances di Benigni fanno il gran pienone, questo non è un segno di salute culturale: è il suo contrario, è il segno che ci si muove solo sotto gli stimoli della moda e dei riflettori massmediali. Quanto spende il fiorentino medio per comprarsi dei libri o per assistere a spettacoli qualificati o per far viaggi d'istruzione e non solo vacanze? Questo vorremmo sapere. Segno di buona salute culturale sono i cinema e i teatri che funzionano tutti i giorni, le discussioni che hanno sui giornali un'eco pari almeno a quella degli avvenimenti sportivi, i dibattiti affollati dal pubblico e seguiti dalla stampa, la collaborazione continua e visibile tra la città e gli istituti di cultura in essa presenti (a cominciare dalle Università, quella pubblica e le molte private, anche straniere), i turisti trattati come partners per migliorar aspetto e servizi della città e non solo come vacche da mungere o polli da spennare, la gente che entra nelle librerie per tenersi aggiornala e non per comprar l'ultimo titolo di Dan Brown. E' d'una capillare rifondazione della cultura cittadina, cioè della vita comunitaria, che la città ha bisogno. In quali modi, con quali strumenti, con l'impegno di quali forze, con l'impiego di quali risorse? E' appunto questa la prima risposta che il futuro Assessore alla Cultura dovrebbe fornirci. Ma il compito di restituire Firenze alla vita culturale non è suo, per quanto egli potrebbe (e dovrebbe) far di tutto per promuovere e coordinare uno sforzo comunitario. Il compito è nostro; e non so se ne abbiamo la forza, la capacità e la volontà. Franco Cardini