La storia urbanistica del quartiere racconta sessant'anni di mutamenti Qui fu incarcerato Cellini Torlonia fece ricostruire il 'covo d'immoralità' Nasce nel Medioevo come quartiere all'interno del rione Ponte, prendendo il nome da una torre di Nona non più esistente. Oggi è definito con una serie di palazzi che si affacciano sul lungotevere omonimo, dopo essere stato vittima del degrado, ravvivato in qualche modo anche da caratteristici murales. Il suo «risanamento» è passato attraverso vicende di 60 anni dell'urbanistica romana, da una demolizione prevista nel piano regolatore del 1931 ad una lenta ristrutturazione articolata in tre lotti di edifici portata avanti fino ai nostri giorni. La sua storia vive ormai di ricordi edilizi non avendo più alcun elemento concreto di riferimento. A cominciare dalla torre. Quadrata, a tre piani e merlata, apparteneva, insieme con adiacenti casa, orto, scale e mignano, agli Orsini. Affacciava sul Tevere ed era affittata all'Annona papale come magazzino delle derrate che giungevano via Tevere, e questo le procurò il nome con il quale fu conosciuta, Tor di Nona, ovvero dell'Annona. Dalla metà del Quattrocento venne adibita a prigione e fu tristemente celebre. Vi erano la cella «della vita», dove fu chiuso anche Benvenuto Cellini; quella detta «il fondo», una specie di oscuro budello nel quale venivano precipitati i rei di gravi delitti; la stanza «della tortura», dove si estorcevano confessioni di ogni genere. Costruite le Carceri Nuove in via Giulia, la torre perse la sua funzione nel 1655 e rimase proprietà dell'arciconfraternita di San Girolamo della Carità, che pensò di trasformarla, allo scopo di averne maggiore introito, in un teatro. Il progetto andò in porto nel 1669 con Clemente IX, grazie ai buoni auspici della regina Cristina di Svezia. Nacque così il Teatro Tordinona. Che fece storia in tre momenti. Fu fatto demolire nel 1697 da Innocenzo XII, ritenendolo un covo di immoralità, e Clemente XII nel 1733 lo fece ricostruire, ma ebbe una scarsa affluenza di pubblico. La notte del 29 gennaio 1781, segnò la fine del teatro: un furioso incendio lo distrusse completamente ed il disastro fu tale, da ispirare un poema pubblicato anonimo. Ma in realtà ne era autore un sacerdote, Giuseppe Carletti, come ha indicato Nicola Di Nino ripubblicando il testo nel 2005 e indicandone le caratteristiche che collegano l'opera alla tradizione più pura della poesia romanesca. Ma il teatro fu ricostruito e nel 1795 inaugurato per la terza volta con il nome di Apollo. E fu dei Torlonia, che nel 1829 lo fecero ricostruire per la quarta volta dal Valadier, così che ebbe la facciata caratteristica su ponte Sant'Angelo. Gli spettacoli e la decorazione interna erano quanto di meglio si potesse avere allora e vi furono rappresentate le opere più belle con i cantanti più bravi. Verdi vi dette la prima del Trovatore nel 1853 e del Ballo in maschera sei anni dopo. Arrivò poi un ennesimo restauro ad opera del Comune di Roma, ma nel 1889 ci fu la sua fine. Il lungotevere lo spazzò via lasciando solo a ricordo una stele marmorea ancora oggi leggibile.
Roma - Tor di Nona e le sue demolizioni dalle prigioni al mito del teatro
Il quartiere di Tor di Nona ha una storia urbanistica di sessant'anni. Fu incarcerato Cellini e fece ricostruire il 'covo d'immoralità'. Nasce nel Medioevo come quartiere all'interno del rione Ponte. Oggi è definito con una serie di palazzi che si affacciano sul lungotevere omonimo. Il suo risanamento è passato attraverso vicende di 60 anni dell'urbanistica romana. La sua storia vive ormai di ricordi edilizi. La torre quadrata, a tre piani e merlata, apparteneva agli Orsini e fu conosciuta come Tor di Nona. Fu adibita a prigione e fu tristemente celebre. Vi erano la cella della vita, la stanza della tortura e la cella del fondo.
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