ORMAI ci siamo abituati. Ogni tanto, qualche zelante «direttore generale» ministeriale (tipologia spaventosamente prolifica negli ultimi anni), ritenendo di voler mettere ordine nel mondo dei«beni culturali», dimostrando scarsa confidenza con materie e aspetti specialistici, azzarda nuovi «modelli istituzionali», rischiando di distruggere plurisecolari esperienze. NEL caso dell'Opificio diciamo subito che l'ipotesi di «centralizzare» a Roma questa delicata struttura è decisamente da respingere. E vi sono almeno tre fondati motivi per farlo e per invocare il personale intervento del ministri-» Tritelli, che, per fortuna, sembrerebbe aver già espresso positiva attenzione al problema. L'Opificio è il più antico degli istituti a ordinamento speciale sovraterritoriale (istituito nel 1588 dal granduca Ferdinando I dei Medici). Vi si sono avvicendati maestri come Giambologna, Bilivert, Buontalenti, Pietro Tacca, solo per ricordarne alcuni. Questa autonomia di impostazione e di autonomo rapporto col mondo esterno è una identità che non può essere messa a rischio. Quando, nel 1975, l'Opificic fu riconosciuto come «Opificio delle Pietre Dure e Labora-tori di Restauro», non si trattò di una debolezza del primo ministro dei beni culturali Giovanni Spadolini: fu il legittimo e naturale riconoscimento del processo di scientifizzazione e di riconoscimenti internazionali che conseguirono al decennio successivo alla tragica alluvione del '66. Il grande evento «Restauro, metodo e scienza», non si consumò aRo-ma ma a Firenze, con il concorso di istituzioni internazionali come la National Gallery di Washington, il Getty di Los Angeles, l'Iccrom, il Kunsthistorisches Institut. Forse, tutto questo i funzionari romani non ricordano, ma è scritto nelle pagine della storia e della cultura del restauro. Ma veniamo al nocciolo del problema: quello scientifico. Sia detto con chiarezza e orgoglio: il Laboratorio fiorentino ha, quanto meno, pari dignità dell'Istituto Centrale del Restauro (quando Brandi lo fondava a Roma, a Firenze Procacci e Sanpaolesi avevano già alle spalle specifiche esperienze di un laboratorio): ce l'ha per titoli acquisiti, per attrezzature tecnologiche e diagnostiche (avanzatissime), per qualifica-zione del personale, per attestazioni internazionali, per collaudati rapporti con l'Università e la comunità scientifica più in generale. Né si deve dimenticare che con l'Opificio vide la luce il primo «Centro di ricerca sulle cause di deperimento delle opere d'arte». Come si vede, non ho voluto citare un sol nome: né di chi concorse a far crescere l'Opificio, né dei suoi detrattori. Prendiamo atto della posizione del ministero. Ma attenzione, senza inutili sperimentazioni che allentino l'attenzione sul problema. Anche perché, nella cultura e nella scienza non si può operare in regime di monopolio: è dal confronto e solo dal confronto che si può crescere. Respingiamo dunque ogni ritorno di miopi tentativi di detrazione dell'Opificio, fiduciosi in garanzie concrete che il ministro vorrà dare. ordinario di Restauro dei monumenti
FIRENZE, OPD: Tre motivi per dire no alla "centralizzazione"
L'articolo esprime la preoccupazione per la centralizzazione dell'Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di Restauro a Roma, considerata una minaccia per l'autonomia e la cultura del luogo. L'Opificio è il più antico istituto a ordinamento speciale sovraterritoriale e ha una lunga storia di collaborazione con istituzioni internazionali. Il Laboratorio fiorentino ha pari dignità rispetto all'Istituto Centrale del Restauro di Roma, con titoli acquisiti, attrezzature tecnologiche e qualificazioni del personale. L'articolo esorta il ministero a non ripetere tentativi di detrazione dell'Opificio e a fidarsi di garanzie concrete.
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