In un volume, prossimamente in libreria (Eurosistema. Analisi e prospettive, Giuffrè), Giuseppe Guarino ha misurato che nel periodo 2001-05 l'Italia ha speso per interessi sulla parte del debito superiore al 60 del Pil (il limite posto dai trattati europei) ben 150 miliardi, risorse che, invece, Germania e Francia non hanno dovuto spendere ed hanno potuto utilizzare per obiettivi di crescita interna. Queste risorse, pari in Italia ad oltre il 10 del Pil e a cinque volte l'ammontare dell'annunciata finanziaria, sono state sottratte alle risorse destinate alla crescita economica, perché per la maggior parte sono state trasferite ai portatori di titoli pubblici residenti all'estero e per la parte restante sono andati soprattutto ad alimentare consumi, spesso di tipo opulento. Negli ultimi cinque anni l'Italia è stata il fanalino di coda nella crescita europea e l'onere per il servizio del debito porta un'apprezzabile responsabilità per questo andamento negativo. E questa ampia sottrazione di risorse alla crescita è avvenuta nonostante la riduzione del debito prodotta da operazioni straordinarie di ingente entità, pari nel periodo 1998-2005 a circa 210 miliardi di euro, in media a circa l'1,8 del Pil l'anno. Senza queste operazioni il debito sarebbe aumentato ulteriormente ad oltre il 120 del Pil. Proprio è difficile comprendere perché nel Dpef non siano state previste nuove operazioni straordinarie per abbattere il debito. E' ragionevole che non si ritengano perseguibili nuove operazioni di finanza creativa e condoni e che sia politicamente impervio proseguire nelle privatizzazioni delle partecipazioni pubbliche dello Stato. Ma è difficile capire per quali ragioni non si sia previsto di proseguire nella valorizzazione dell'ampio patrimonio pubblico, dai beni immobili alle concessioni, dalle partecipazioni degli enti locali agli ingenti crediti ancora da cartolarizzare. Con un ambizioso progetto capace di coinvolgere gli enti locali e le joint-ventures con i privati sembra realizzabile non solo una nuova riduzione dello stock di debito, ma anche un miglioramento dell'efficienza e della competitività nell'utilizzo, spesso inadeguato e protetto, del patrimonio pubblico. L'obbiettivo di ridurre il debito con questo progetto, in linea con quanto avvenuto negli ultimi otto anni, appare non solo auspicabile per il rilancio della crescita, ma anche necessario per fare fronte alle difficoltà di trovare i 15 miliardi richiesti per compensare l'impatto sui conti pubblici derivante dalla sentenza europea sull'illegittimità dei limiti posti alle detrazioni Iva sugli autoveicoli, dal ripiano degli onerosi debiti delle Regioni nella sanità e dai crescenti limiti posti da Eurostat all'utilizzo delle operazioni perseguite per portare componenti del debito pubblico fuori dal perimetro della Pubblica Amministrazione. A questo proposito è recentissima la decisione di Eurostat di includere nel conteggio del debito pubblico i crediti sanitari per 6 miliardi cartolarizzati da alcune Regioni, che vanno quindi ad aumentare dello stesso importo lo stock del debito pubblico. Negli ultimi mesi la crescita economica è migliorata, ma, come recentemente è stato ribadito dal governatore Mario Draghi, perché la crescita sia duratura il debito deve essere ridotto. E all'auspicabile riduzione non sembrano sufficienti le operazioni dirette ad accrescere l'avanzo primario, auspicabili anche se difficilissime da realizzare. Sembrano necessarie anche ulteriori operazioni per abbattere il debito, nella dimensione degli ultimi anni. Non ci sono alternative.