E' la prima grande mostra per il semestre di presidenza italiana dell'Unione europea; in un luogo dei più celebri al mondo, cioè il Colosseo, e su un tema dei più popolari a qualsiasi latitudine: lo sport, il gioco, la vittoria. Dai tempi dei Greci, fino a quelli dei Romani - s'intende antichi - un'esposizione densa di capolavori, e d'inusitata durata: si potrà ammirarla per tutta l'estate e l'autunno, fino all'Epifania. Al ministero dei Beni culturali, sarà presentata oggi dal ministro Giuliano Urbani con il sottosegretario Mario Pescante, e il soprintendente archeologo di Roma, Adriano La Regina, che l'ha voluta, pensata e organizzata, anche con i fondi di Capitalia. La rassegna, ricco catalogo Electa, si inaugurerà venerdì 4 luglio; è intitolata. Nike, il gioco e la vittoria; allinea settanta opere (sculture, mosaici, oggetti vari) di venti musei: anche il Louvre, il Gregoriano del Vaticano e lo Staatliche di Berlino. Alcune, come i Corridori in bronzo alti un metro dalla Villa dei Papiri di Ercolano (replica di un originale greco del IV secolo avanti Cristo), o il marmo dei Lottatori di Ostia, sono esposti per la prima volta in una mostra, e faranno bella figura accanto al Discobolo Lancellotti, al Pugile del museo delle Terme di Roma, al Doriforo di Policleto, copia trovata a Caracalla e ora al museo Barracco, alle due Nike in marmo (quella della Centrale Montemartini, alta un metro e 40 centimetri; e il torso, ancor più alto, ormai senza ali, conservano al museo di Napoli), che apriranno la rassegna. Se ben pensata, una mostra è sempre un'occasione anche di cultura; per conoscere e capire qualcosa di più: non solo rivedere, ammirare, paragonare (perché esposti vicini tra loro) delle opere e dei capolavori. Questa rassegna, per esempio, spiega subito che il barone Pierre de Coubertin (1863-1937) si sbagliava, e di grosso: perché per i Greci, «l'importante non è vincere, ma partecipare» era un assunto assai poco veritiero. Mescolando le opere d'arte ai testi classici, l'esposizione chiarisce (per primo, l'aveva già capito Jacob Burckhardt, 1818-97) che nei giochi antichi contava solo il vincitore. Quello cui Pindaro scioglieva le proprie rime, come per Diagora, pugile di Rodi; quello il cui simbolo era appunto la Nike: vittoria alata, in quanto destinata a portare il vincitore in alto, sopra i comuni mortali; quello che in premio riceveva soltanto una corona (di ulivo, ad Olimpia; di pino, all'Istmo di Corinto; di alloro a Pilo; e a Nemea di apio, una leguminosa antica, detta anche "ghianda di terra": perché oltre alle Olimpiadi, c'erano anche i giochi Pitici, Istmici e Nemei), e questo lasciava basiti gli avversari Persiani (ce lo racconta Erodoto): «Ahimè, Mardonio, contro quali uomini ci hai condotto a combattere, se gareggiano non per soldi, ma per valore?». Già: erano i pessimi momenti dopo la sconfitta navale dell'Artemisio, e la rotta delle Termopili; cui, però, seguirà il trionfo di Salamina: perché chi gareggia solo per un serto, alla lunga diventa insuperabile. Agli agoni atletici, si accompagnavano quelli musicali: con un contorno dì danze, inni religiosi, canti in onore dei vincitori. Bacchilide e soprattutto Pindaro nobilitavano le occasioni e incrementavano la fama dei premiati: «Sopra ogni nave, ogni barca salpa, dolce canto, da Egina annunciando che Pitea il figlio possente di Lampone vinse la corona nel pancrazio a Nemea». Oppure: «E' là, ad Olimpia, che si giudicano la forza ed il valore, e il vincitore conosce la gloria, bene supremo per gli uomini». Oltre ad averci regalato le scienze, la letteratura, la filosofia, la storiografia, l'arte realista, e soprattutto la democrazia, i Greci hanno anche inventato lo sport. Inteso come fattore d'identità; gara aristocratica che, per loro, determinasse chi era (come si dirà più tardi) citus, altius, fortior. il più veloce, più in alto, più forte. Ogni ciclo epico greco ci racconta qualche gioco: ginnico o ippico, atletico o di lotta. Buona parte del XXIII libro dell'Iliade è dedicata a quelli che Achille organizza in morte dell'amico Patroclo; e Alcinoo ne indice in onore di Ulisse, come l'Odissea narra nell'VIII tomo. Lo sport come fatto culturale; e quanto sarà esposto a Roma, lo spiega con efficacia: «Ci sono grandi capolavori; come per ogni mostra, avrei voluto avere anche ciò che non può essere prestato: penso magari all'Auriga di Delfi; del resto, io non ho mai prestato il Discobolo, no?», dice Adriano La Regina, che collega la rassegna a quelle sullo sport, indette in tutt'Italia dalla direzione generale per l'archeologia del Ministero, e all'altra esposizione già ospitata nel Colosseo e che segnò un record di visitatori, dedicata ai ludi dei gladiatori. Singolare, infine, che questa mostra su una concezione tanto "alta" ed elevata dello sport, sia realizzata proprio al Colosseo. Già le opere più recenti, come i Pugili nei mosaici delle Terme di Caracalla e di quelle Eleniane, con il loro aspetto rude e quasi brutale, spiegano che il kalòs kai agathòs, il bello e il buono, nell'Urbe era una faccenda abbondantemente , superata. Lo sport cessa di essere una pratica nobile: diventa soprattutto spettacolo di massa; divertimento; tifo a volte anche estremo, E quale luogo mai più indicato, per mostrare tanto cambiamento, se non l'Anfiteatro Flavio, destinato, come tutti ben sappiamo, ad una razza di giochi assolutamente diversa, lontana anni luce da quella dei predecessori greci? Dalla "vittoria per la vittoria", alla vittoria, magari, per la vita. In Italia, di giochi si sa in Etruria sette secoli prima di Cristo, ma era solo lotta e pugilato; a Roma, i primi a noi noti li indice già Tarquinio Prisco al Circo Massimo; i gladiatori, con i loro munera (parola diversa dai giochi), erano altra cosa, e l'attività fìsica era solo preparazione a quella militare. Non è, come ha detto qualcuno, la tomba dello sport: solo un'altra concezione d'esso. l,a parabola è finita: a Roma, se ne potrà comparare l'inizio alla fine. Quei "Discoboli" diventati miti dell'arte In mostra ci saranno numerose icone immortali di atleti risultati vincitori: paradigmi della classicità, che ci sono pervenuti attraverso le copie romane degli originali greci. Come il Discobolo di Mirone, celebrato anche da Luciano e Quintiliano (l'unica copia completa è quella che fu trovata all'Esquilino), o il Diadumeno e il Doriforo di Policleto, uno dei massimi scultori. Ma le tombe di Lanuvio e di Vulci hanno restituito alcuni attrezzi per il gioco e corredi atletici completi; le varie gare si potranno rileggere alla luce delle pitture su anfore e kylis attici scavati nelle tombe di Taranto, e conservati in quel museo; l'iconografia degli aurighi, da Nerone a Traiano, a Domiziano, nelle Erme del Museo nazionale romano. Il Tevere ha restituito teste di atleti ispirate a grandi autori greci, come Lisippo e Skopas; le armi e gli attrezzi, vediamo come erano dai reperti scavati nella Tomba del guerriero di Lanuvio: un soldato sepolto con l'armatura, ma anche tutto l'occorrente per la palestra. La Nike più bella proviene dalla Villa di Poppea ad Oplontis; un'altra è stata scavata a Napoli, splendido panneggio, ritratta nell'attimo in cui si è appena posata sulla terra, dopo il suo volo. I vasi attici più belli provengono da Napoli, dal Louvre, da Taranto, e fanno rivivere l'atmosfera solenne dei giochi, e lo "spirito della gara": sono, quasi tutte, opere di forte impatto per il visitatore. Alcune, già famose ai loro tempi: del Pugile a riposo, di solito conservato nell'aula ottagona alle Terme di Diocleziano, sono noti un dipinto pompeiano e una pasta vitrea che lo riproducono, circa nel periodo della nascita di Cristo.