Anche Milano «punta» sulle mostre e prepara un autunno di grandi eventi. Appaiono nitide le ragioni di una scelta di programma decisamente orientata verso proposte espositive di cartello, spettacolari, legate a nomi e filoni illustri, universalmente conclamati, della storia dell'arte; eventi dagli ingenti costi di produzione e di comunicazione, ma anche capaci di garantire (sulla carta) ritorni formidabili in termini di cassetta e di «immagine», sulla scia di quanto sta avvenendo a Roma, a Brescia, a Mantova (dove le prenotazioni per le mostre di Mantegna, prima ancora dall'apertura al pubblico, hanno superato quota 50 mila!). Si mira a imporre fatti di vasto richiamo, per qualità e numeri che confermino Milano fra le metropoli europee prime della classe per turismo colto. Gli attuali amministratori sembrano quindi guardare all'arte ealal conoscenza come volano di un nuovo costume sociale - quello del «consumo di cultura» - e perciò di un indotto economico più vasto, che vada ben oltre la tradizionale scarna visita museale. Una concezione del servizio culturale che era già propria dell'era Albertini, e che si vuole proseguire con rinnovata grandeur. Tutto ciò ha un suo fondamento, essendo Milano la prima città in Italia per consumi culturali, intendendo con questo termine la quota di reddito individuale destinata a letture, spettacoli, mostre e musei, viaggi, collezionismo. Ma se veramente vogliamo bene a questa città, bisogna essere capaci di allargare un pò lo sguardo. La cultura, infatti, non è solo quella «calata dall'alto», immaginata dagli assessori e dai loro consulenti, ma, anche ,quella «orizzontale», vicina, che la gente- compresa quella meno abbiente e scolarizzata - può incontrare quotidianamente, nella propria prossimità, nel rione, nel territorio: insomma tutto ciò che una volta si chiamava «cultura di base». E' auspicabile che si ponga attenzione, per esempio, alle condizioni e alle dotazioni delle biblioteche di quartiere, veri presidi di civiltà, provvedendo ognuna di un budget che consenta non la mera sopravvivenza d'ufficio ma una vera e propria «animazione» culturale che comprenda incontri, concerti, cineforum ecc. L'idea del bus-biblioteca itinerante è ottima, ma chi scrive l'ha incontrato una volta sola (nell'arco di un anno) nella propria zona. Idem si dovrebbe fare con i teatri e le filodrammatiche di quartiere, con le collezioni private ma fruibili, con le tante associazioni , culturali che a Milano hanno una storia gloriosa e costituiscono tuttora un tessuto ricchissimo. Infine occcorre tener presente che a Milano non c'è solo una vasta domanda, ma un'altrettanto vasta produzione di cultura, cultura appunto «di base», soprattutto in ambito giovanile. Tanti sono i giovani, di talento, che vorrebbero suonare, produrre mostre, cinema, video, performances, e che magari lo fanno faticosamente, senza poter contare su alcun aiuto pubblico quanto a spazi o a sussidi (aiuti previsti, invece, da metropoli come Berlino, Vienna, Anversa). Si pensi anche a loro, a questa creativa fetta di Milano che ha pari diritto di cittadinanza nella programmazione culturale, magari accelerando i tempi di completamento della Fabbrica del Vapore, che nei progetti era deputata proprio a quest'uso di base.